Oltre la questione giudiziaria notoria a molti e che, per rispetto, preferisco non approfondire in questo post, mi trovo nella necessità di sondare temi di impronta sociologica. Questo perché, nel corso dei miei lontani studi universitari, ho vissuto lla fatica di affrontare con successo studi di sociologia conquistando tra l’altro il massimo dei voti in un esame focalizzato sulla morfologia sociale, precisamente sui luoghi di incontro a Napoli, con un particolare sguardo verso Piazza Bellini all’epoca luogo della rinascita della movida napoletana.
Mai avrei immaginato che, dopo un lungo intervallo di tempo, avrei dovuto riportare alla luce quelle riflessioni, quei pensieri profondi basati su menti brillanti come quella di Durkheim, considerato il padre della sociologia. Mai avrei previsto che, in seguito a certe affermazioni, avrei sentito il bisogno di rileggere il suo magnum opus, “Il Suicidio”, né che avrei pensato di mettere in discussione non solo le mie certezze, ma quelle dell’intera comunità accademica e scientifica.
Ricordi di lunghi periodi di analisi, dedicati a decifrare le complesse dinamiche della morfologia sociale urbana, mi sono tornati in mente. Ora, sembra che, in questo contesto, tutti si proclamino esperti, tutti rivendichino una propria verità Facendo nascere in me il desideri di disfarmi di quei testi per non farli convivere nell’epoca di degenerazione che viviamo.
La recente tragedia che ha toccato la nostra comunità ha sollevato questioni profonde. Tuttavia, il mio interesse non risiede tanto nelle storie personali delle persone coinvolte, quanto piuttosto nelle sfaccettature più universali e immanenti della situazione. Il quesito che desidero sollevare qui è: quali meccanismi di mediazione e di convivenza sono a disposizione nella nostra cittadina per trovare una soluzione pacifica alle divergenze tra parti con interessi contrapposti?
Quali sono i protocolli che le amministrazioni devono adottare per ridurre la conflittualità tra le parti? In un contesto sempre più complesso e articolato come il nostro, è fondamentale chiedersi quali siano le garanzie giuridiche che ognuno di noi deve riconoscere e rispettare. E, più in profondità, come possiamo, come società, convergere verso i principi del “Contratto Sociale”?
Il “Contratto Sociale”, appunto, è un pilastro della cultura umanista, è un concetto partorito da un gigante del pensiero come Rousseau. Qui gli individui rinunciano a una parte della loro libertà in cambio di accoglimento e senso di sicurezza da parte della società. Questo compromesso sta alla base della coesione sociale e dell’ordine giuridico. Ma come possiamo assicurarci che questo contratto venga rispettato e rinnovato costantemente, soprattutto in tempi di conflitti e tensioni? Quali riferimenti meglio di questi dobbiamo avere nel momento in cui affrontiamo temi come lo spazio pubblico e la concessione di questo?
In un’era in cui le certezze sembrano vacillare e le tradizioni vengono messe in discussione, dobbiamo ritornare ai fondamentali, riscoprendo e riaffermando i principi cardine che tengono unite le nostre società. La responsabilità non ricade solo sulle istituzioni o sulle amministrazioni, ma su ognuno di noi, cittadini, che con la nostra consapevolezza e azione quotidiana contribuiamo a dare forma e vigore al contratto sociale. Quando ci troviamo di fronte a situazioni critiche come quella attuale, è essenziale non cedere alla tentazione di occultare le difficoltà o di minimizzare le problematiche. Più che mai, è necessario lavorare alla ricostruzione di un solido senso comune, per risvegliare in ciascuno di noi il desiderio profondo di condividere e valorizzare il bene comune e di godere appieno della vita comunitaria. E’ doloroso e tragico essere testimoni della circostanza in cui un membro della nostra comunità abbia deciso volontariamente di rinunciarvi, lasciandoci con un “prendetevi cura della mia famiglia”, rivolto a quella stessa comunità alla quale non sentiva più di appartenere.
Coloro che hanno avuto l’opportunità di immergersi nelle riflessioni di Durkheim, in particolare attraverso la lettura di “Il Suicidio”, sanno che la scelta di un gesto estremo non è da attribuire soltanto a un fragore interiore o a una crisi individuale. È, in realtà, l’indicazione di una sconfitta collettiva, un segno che l’individuo non si riconosce più nella comunità, sentendosi tradito e isolato.
Tali riflessioni non sono semplici opinioni personali. Sono il frutto, sebbene forse esposto in maniera non impeccabile, di migliaia di pagine scritte da menti brillanti della nostra storia culturale. Ognuno di noi ha dei punti di riferimento, delle figure che considera pilastri del proprio pensiero. Ho condiviso con voi alcune dei pensieri che hanno costruito il mio cammino Spero che possano rappresentare per voi ciò che sono state per me: fonti di ispirazione nei momenti di dubbio e monito nei momenti di certezza