Quanto ci dilettiamo a scrivere su questo social! Ci piace citare i grandi e non noi stessi, poiché iniziare una conversazione pubblica autoreferenziandosi è di sicuro di cattivo gusto. I grandi, quelli che universalmente vengono riconosciuti come portatori di un pensiero che, nel dibattito scientifico e accademico e poi in quello pubblico, sono stati rivoltati come un calzino, sono sopravvissuti restando intatti nella sostanza, nel contenuto e soprattutto nella loro credibilità. Schierarsi per un pensiero e poi per se stessi è poco profiquo e ha il solo scopo di dare fiato all’aria già malsana che siamo costretti a respirare.
Ma veniamo al nocciolo del discorso e citiamo il grande di oggi: Darwin! Darwin è considerato il padre della “TEORIA” dell’evoluzione. È importante sottolineare la parola “teoria”, poiché il pensiero con cui Darwin ci indica il percorso evolutivo delle specie viventi si basa su un paradigma teorico che una parte della popolazione mondiale contrappone con la visione creazionista. In pratica, per qualche secolo la comunità mondiale è stata divisa in due: siamo stati creati da Dio a sua immagine e somiglianza, o siamo discendenti delle scimmie? Su questo, la popolazione mondiale si è confrontata, scontrata e talvolta è arrivata a uccidere. Peccato che né Darwin né Dio avessero detto esattamente quello che gli veniva contestato. Di ciò che diceva Dio, lascio alla vostra fede e sensibilità la decisione; di ciò che diceva Darwin, mi piacerebbe evidenziare un aspetto (e non me ne vogliano gli amici biologi, paleontologi o antropologi, autodidatti o meno).
La teoria si basava su due principi: il primo è che una specie vivente, nel ciclo della sua esistenza e attraverso le varie generazioni, apporta delle piccole modifiche genetiche (ragione per cui siamo tutti diversi, così come lo sono gli individui di ogni specie vivente). La seconda condizione è che le caratteristiche che meglio consentono all’individuo di adattarsi si stabilizzano nel corso delle generazioni, mentre quelle che non favoriscono la sopravvivenza o sono superflue tendono a sparire dal codice genetico (per noi umani possiamo citare l’appendice e l’osso sacro come residui di un passato evolutivo). Quindi, secondo Darwin, nel corso del tempo ogni specie si è adattata all’ambiente circostante per sopravvivere. Ricordate il COVID? Faceva lo stesso con le sue varianti. Un altro principio fondamentale è quello della selezione naturale: due specie simili che competono per la sopravvivenza nello stesso ambiente vedranno una prevalere sull’altra. Questo è esemplificato dalla triste storia dei Neanderthal, che dopo 35.000 anni di convivenza con la nostra specie, sono scomparsi.
Bene! Fatta questa prolissa premessa, ci piace attraverso un triplo salto mortale, ricatapultarci nel nostro piccolo mondo o microcosmo sociale. Agli occhi del passante, la realtà in cui vive la nostra città, i suoi spazi di socializzazione e di condivisione, sembrano essersi trasformati in praterie della prevaricazione, dove i comportamenti di alcuni individui prevalgono sugli elementari diritti degli altri o sulle regole del vivere comune. Ogni individuo, infatti, è portato per sua natura a estendere il suo spazio. La proprietà privata è sentita come uno spazio di appartenenza, come un’estensione del suo spazio vitale. Questo concetto di territorialità è comune a molte specie, sia predatori che non, che delimitano il proprio spazio per cacciare, riprodursi, sopravvivere. Per esemplificarlo: nessun leone impedisce a una mandria di gazzelle di attraversare il suo territorio, ma può accadere che attacchi, e talvolta uccida, un solo individuo maschio della sua stessa specie che mostri anche solo l’intenzione di sfidarlo.
Per millenni, decine di millenni, anche l’uomo ha agito in questo modo, fino a quando non sono iniziate ad apparire le prime regole: le “regole del rispetto”. Di natura ancestrale, spesso religiosa, queste prime norme di convivenza avevano un’origine mistica, ultraterrena, o risiedevano nello spirito degli antichi, nel sacro riposo degli avi. Le regole stavano al di sopra dell’individuo, della famiglia, del clan, della comunità, della tribù. (Qui si potrebbe menzionare Freud con il suo “Totem e tabù”, ma lo lasciamo da parte per il momento). Le regole del rispetto, infatti, sono state scritte da Dio stesso: “Non uccidere”, “Non desiderare”, “Onora il padre” e così via. Per millenni, la nostra civiltà si è fondata sulla creazione e sul rispetto di queste regole, e, nel dettaglio del nostro vivere quotidiano, su leggi, norme e relative sanzioni.
Man mano che il tempo avanzava, abbiamo osservato con crescente preoccupazione che, all’interno del quadro della selezione darwiniana, non erano i comportamenti virtuosi o sani a persistere, ma piuttosto quelli sanzionabili o addirittura criminogeni. Come potrebbe essere successo? Perché, contrariamente a quanto si sperava, i comportamenti perseguibili non sono diminuiti, ma anzi sono aumentati, diventando oggi un vero e proprio allarme sociale?
La risposta potrebbe risiedere in una serie di fattori. La selezione naturale, secondo Darwin, favorisce i tratti che aumentano le probabilità di sopravvivenza e riproduzione. Tuttavia, ciò che potrebbe avere un vantaggio in termini di sopravvivenza in un ambiente potrebbe non essere ciò che consideriamo “virtuoso” o “sano” in un contesto sociale. In alcune circostanze, comportamenti aggressivi o egoistici potrebbero offrire vantaggi immediati in termini di risorse o status. Inoltre, in una società complessa e interconnessa, le sanzioni per tali comportamenti potrebbero non essere immediate o efficaci, permettendo a tali comportamenti di persistere e magari di proliferare.
Va anche considerato che la nostra società ha subito enormi trasformazioni nel corso degli anni. Le pressioni sociali, economiche e ambientali sono cambiate, e ciò che una volta era considerato perseguibile potrebbe ora essere tollerato o persino incentivato. La crescente competizione, l’anonimato offerto dalle grandi metropoli e le dinamiche dei nuovi media possono anche giocare un ruolo nell’incoraggiare comportamenti meno virtuosi.
La diffusione di notizie e informazioni attraverso i media e la connettività globale ha reso visibili comportamenti che in passato rimanevano confinati a specifiche comunità. Ma, come giustamente sottolineato, la censura auspicabile da parte di mezzi di comunicazione, ancora liberi da condizionamenti esterni, può non aver avuto luogo, consentendo la proliferazione di tali comportamenti e, peggio ancora, la loro normalizzazione.
Questo processo ha portato a un declino del rispetto delle regole tradizionali, relegandole al rango di semplici formalità burocratiche, prive di significato autentico e valore intrinseco. Di conseguenza, le “regole del rispetto” sono state percepite non più come pilastri della convivenza sociale, ma come mere scartoffie. Da qui, emerge una storia familiare a molti di noi, un racconto di trasgressioni e indifferenza, che ha minato la coesione e l’armonia della nostra comunità. La sfida, ora, è riconoscere questo problema e lavorare insieme per ristabilire il valore e la sacralità delle regole che guidano il nostro vivere comune e speriamo civile.