«Ego sum pastor bonus; bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis»
(Gv 10,11
«Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la propria vita per le sue pecore.»
Così Antonio Pannone aveva scelto di raccontarsi alla città: il pastore buono, quello che guida, protegge, orienta. Ma la storia, si sa, a volte si diverte a ribaltare le metafore più solenni. E Afragola, oggi, assiste all’epilogo di un racconto che ha preso una piega imprevista: il pastore che voleva guidare il gregge è stato trascinato nel baratro perche ostinato a curare gli interessi delle sue “Capre”, e del loro stesso letame è rimasto intrappolato e infine sommerso.
La serata segna un punto di non ritorno. Quattordici consiglieri comunali hanno rassegnato contestualmente le dimissioni, facendo scattare l’automatismo previsto dall’art. 141 del TUEL: scioglimento del Consiglio, fine immediata del mandato, chiusura anticipata dell’amministrazione Pannone. Una raffica di firme che manda a casa sindaco e giunta e che riapre un vecchio spartito della politica afragolese: dal 1994, infatti, solo Mimmo Tuccillo ha chiuso il suo mandato; tutti gli altri sono caduti prima del tempo, travolti da crisi più o meno annunciate.
L’era Pannone, iniziata sotto il segno dell’innovazione e del rinnovamento, da mesi era ormai un mosaico che si sbriciolava a vista d’occhio. Le crepe non erano più crepe, ma vere e proprie voragini. La gestione del PNRR, che avrebbe dovuto rappresentare il motore della trasformazione urbana, si è trasformata nel fulcro di una tempesta perfetta: ritardi, tensioni, dubbi, scelte opache e un crescente senso di precarietà amministrativa. Lo scandalo dei PINQuA ha innescato una reazione a catena che ha portato alle dimissioni dell’assessore competente, del direttore dei lavori, del dirigente PNRR, del presidente della commissione consiliare competente, oltre a stimolare un interesse sempre più marcato da parte degli organi inquirenti. E sopra tutto aleggiava un’ombra sempre più ingombrante: quella del detenuto indicato da molti come consigliere non tanto occulto del sindaco, una figura in grado di orientare scelte, equilibri e umori della maggioranza più di qualsiasi assessore ufficiale.
Intanto, dentro il Palazzo, i consiglieri depositavano esposti e sollecitazioni formali sulla vicenda della direzione lavori del Castello, bene vincolato. E lì è successa la cosa più grave: il silenzio del sindaco. Nessuna iniziativa, nessuna segnalazione, nessun atto dovuto. Nulla. Eppure era emersa una verità di quelle che scuotono le fondamenta di qualsiasi amministrazione: la direzione lavori era stata assunta e firmata da una persona che si presentava come architetto senza esserlo. Un abuso professionale macroscopico, consumato su un bene sottoposto a vincolo, con atti firmati indebitamente e senza che l’amministrazione muovesse un dito. Cosi come la variante da mezzo milione di euro dei PINQuA; le interdittive antimafia che piovevano per le imprese che lavoravano nei cantieri e tanto altro ma tutto sembrava per il sindaco “folklore”. Appunto, visto quanto si andava invece consumando in negli uffici e nelle strade…
Da lì in avanti, la maggioranza non ha più avuto margini. Gli equilibri sono saltati, le fratture si sono trasformate in scollamenti irreparabili. Le riunioni erano diventate ring, le discussioni tribunali, le decisioni un esercizio impossibile. E quando un’amministrazione smette di governare e inizia a sopravvivere, la fine è una questione di tempo.
Questa sera, quel tempo è finito. quattordici firme hanno scritto la parola definitiva su un’esperienza politica che aveva smesso da tempo di essere governo vero. Afragola entra ora nella fase commissariale, in attesa di tornare alle urne. Sul tavolo rimangono tutte le domande che questa vicenda ha sollevato: Chi guidava davvero la città? E soprattutto: poteva essere evitato?