Afragola – Doppio schiaffo all’ex Presidente del Consiglio Comunale

Afragola – Porgi l’altra guancia, recita il Vangelo. Ma quando accade, tutto ti aspetti, tranne un altro schiaffo.

Ed è esattamente quello che è successo a Biagio Castaldo, ex Presidente del Consiglio Comunale.

Il centrodestra locale non scricchiola, si incrina. E lo fa con un doppio schiaffo.

Il primo arriva con l’imposizione della candidatura di Alessandra Iroso, dirigente ancora in servizio dell’ente, proiettata nella corsa a sindaco non attraverso un confronto politico, ma per investitura. Una scelta calata dall’alto, figlia di quella filiera di potere che qui conosciamo bene, il mentore del mentore, dove il consenso non si costruisce più nelle piazze o nelle sedi di partito, ma nelle stanze, e qualche volta nelle celle.

Il secondo schiaffo è ancora più pesante, perché assume i contorni di un tentativo intimidatorio. Non è più solo una scelta politica, è un atto di coercizione. A Castaldo viene chiesto, senza troppi giri di parole, di bere o affogare. Accettare o essere estromesso. Dentro o fuori. Senza alternative.

E il messaggio è chiaro. Non si tratta di una dialettica interna, ma di un’imposizione che richiama un modello preciso di gestione del potere. Un modello che non tollera deviazioni, che non ammette dissenso, che non gestisce il confronto ma lo neutralizza.

Castaldo, sin dalle prime voci sulla candidatura Iroso, aveva espresso una posizione netta. Contrario. Non per una questione personale, ma per una linea politica che rivendicava un minimo di autonomia decisionale. Per la terza volta consecutiva, infatti, il centrodestra si trova a subire una candidatura che nasce dentro un circuito istituzionale ben definito: prima Claudio Grillo, poi Antonio Pannone, oggi Alessandra Iroso. Sempre lo stesso schema, sempre lo stesso perimetro decisionale. Il no di Biagio Castaldo si è, infatti, trasformato in una non tanto velata minaccia di commissariare il suo Partito, levandogli il simbolo e la segreteria. Costringendo l’ex presidente o a fare un passo indietro o uno avanti fuori dalla porta di casa sua.

Ma questa volta il punto non è solo la candidatura.

Intorno alla candidatura, infatti, si muove un’accelerazione che non passa inosservata. Altri dirigenti e funzionari, nello stesso perimetro, stanno spingendo per chiudere procedure concorsuali prima della scadenza elettorale. Una corsa contro il tempo che ha un obiettivo preciso: blindare posizioni, consolidare equilibri, liberare margini operativi per rispettare impegni già assunti.

E qui riemerge, puntuale, il tema che nessuno vuole nominare ma che tutti conoscono. La sistemazione. La prole di qualche dirigente. La costruzione di percorsi preferenziali. E, specularmente, la ricollocazione degli stessi attori all’interno di altri concorsi, dove le pressioni non restano più sullo sfondo ma diventano prassi.

Pressioni sulle commissioni, sulle tempistiche, sulle modalità operative. Accelerazioni forzate, con un linguaggio che non lascia spazio a interpretazioni: o si chiude, o si salta. Pena la revoca dell’incarico, pena l’estromissione da ruoli già assegnati.

Non è più solo una dinamica politica.

È un sistema politico-relazionale fondato su una fidelizzazione solidale, dove l’appartenenza diventa garanzia e la fedeltà diventa moneta. Un sistema che, per mantenersi, non esita a utilizzare strumenti coercitivi, anche nei confronti dei propri uomini, anche nei confronti dei propri ingranaggi. O dentro o fuori.

O bere o affogare.

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