Afragola – Da tempo, al Comune di Afragola, assistiamo a una sistematica incetta di neolaureati provenienti dall’ex istituto Iervolino. Un fenomeno che non ha nulla di casuale e che non può più essere archiviato come una coincidenza statistica o come l’esito neutro di procedure pubbliche formalmente corrette. È, piuttosto, il segno evidente di una selezione orientata, reiterata, riconoscibile.
Non contano i dottorati di ricerca.
Non contano i corsi di specializzazione.
Non contano gli assegni di ricerca, gli incarichi di docenza, i percorsi accademici costruiti nel tempo con rigore e fatica.
Conta la provenienza. Conta l’appartenenza. Conta un foglio di carta da mostrare anche se comprato con i punti della Miralanza. E talvolta anche sbagliato. Conta soprattutto “l’indicazione dell’amministrazione” anche quando non c’è. Tutto avviene all’interno di un circuito che negli anni ha dimostrato di funzionare come canale privilegiato di accesso, più politico che amministrativo.
È così che la macchina comunale continua a popolarsi non di competenze, ma di profili compatibili con un sistema che non si è mai realmente interrotto. Un sistema che sopravvive ai cambi di amministrazione, che resiste persino al commissariamento prefettizio, trasformato da strumento di discontinuità a mera gestione notarile dell’eredità lasciata dal mentore attraverso i suoi tentacoli.
Ed è in questo contesto che si colloca l’ennesimo concorso rinviato per può caso.
Ancora una volta.
Ufficialmente per “indisponibilità della commissione”.
Una formula ormai chiara, che non convince più nessuno. Perché quando i rinvii diventano strutturali, quando le date slittano vuol dire solo una cosa: che si sta solo attendendo che tutto sia perfettamente allineato. Non i curricula, non i titoli, ma gli equilibri.
E anche questa volta, come già accaduto in passato, possiamo dirlo con anticipo: sappiamo chi vincerà.
Lo abbiamo detto altre volte.
E altre volte abbiamo avuto ragione. Questa volta non è la prole di un buon padre di famiglia prossimo alla pensione ma disposto ad investire tutto pur di sistemare la figlia.
La figura individuata è quella di una bravissima e promettente ballerina, non solo nota per il suo percorso artistico, ma soprattutto vicina a qualche scagnozzo a sostegno dell’ultima campagna elettorale del sistema. Pronta a salpare per grandi successi come preannunciato da lei stessa sui social, osannata dallo scagnozzo del sistema. Una prossimità che non è affettiva né casuale, ma politica, relazionale, funzionale. Una presenza orbitante attorno a quel sottobosco che da anni svolge il lavoro sporco: propaganda, pressione, consenso, isolamento del dissenso. Un sottobosco pronto sì minacciare, minacciarci per mantenere il silenzio.
Un premio, dunque. Un riconoscimento differito. La monetizzazione di un impegno elettorale speso al servizio delle persone “giuste”, di quelle più votate, di quelle che contano davvero in questo ecosistema politico . Un legame sottile con soggetti economici coinvolti nel PNRR. Il sottobosco delle imprese.
Tutto ciò avviene sotto gli occhi di tutti.
Anche sotto gli occhi del commissario prefettizio al quale è chiediamo di fare luce.
E allora qualcuno ci chiede come facciamo a essere sempre così “bravi” a prevedere gli esiti. La risposta è semplice: non indoviniamo, osserviamo. Quando un sistema è chiuso, autoreferenziale, metastatico, diventa prevedibile. Non serve intuito, non serve genio, non serve fortuna.
Noi la schedina non la giochiamo mai. Perdiamo sempre, sapendo di perdere.
Perdiamo sempre perché noi non giochiamo. Perché noi non siamo ludopatici. Perché noi non scommettiamo sulla pelle degli altri. Non scommettiamo al gioco i soliti provenienti da padri disperati in cerca di una stabilità per i propri figli soprattutto se sono incapaci di vincerla altrove in un regolare concorso. Se non qui, se non adesso, quando e dove?
Qui non c’è il caso. Qui non c’è il merito.
Qui c’è un copione scritto da anni, tramandato come retaggio, applicato con disciplina dagli affini e dagli scagnozzi, anche in assenza del regista principale.
Le competenze restano fuori.
E sì, in questo sistema, è giusto così.
Perché questo apparato non è in grado di assorbirle. Le competenze sono un corpo estraneo, una minaccia, una variabile incontrollabile. Questo è un sistema criminogeno e metastatico, che non costruisce amministrazione ma riproduce se stesso, che non genera valore pubblico ma consenso privato.
Un sistema che può fare una sola cosa: uccidere. Non i corpi, ma le coscienze.
Uccidere l’etica pubblica. Uccidere l’idea stessa che un’istituzione possa essere luogo di servizio e non di scambio ludopatico. E quando le coscienze vengono corrotte dal gioco tutto torna.
Pagare per vincere, come nelle slot, come ai tavoli di gioco.