Afragola – Omicidio di Martina: chiuse le indagini. I magistrati confermano la tesi della responsabilità della vigilanza nel cantiere PNRR.

Afragola – La Procura ha disposto la chiusura delle indagini preliminari sull’omicidio di Martina, la quattordicenne uccisa brutalmente dall’ex fidanzato all’interno di un locale riconducibile a un cantiere PNRR.

Un passaggio giudiziario decisivo che cristallizza, nero su bianco, elementi che sin dall’inizio erano stati posti al centro dell’attenzione dalla difesa della famiglia di Martina e dai consulenti tecnici di parte.

Tra le aggravanti contestate al reo confesso emerge con particolare forza quella della minorata difesa. Secondo i magistrati, il luogo in cui Martina è stata condotta non era un luogo neutro né casuale: una volta entrata in quell’ambiente, la vittima non avrebbe avuto alcuna reale possibilità di fuggire o di difendersi.

Una condizione di totale assenza di vie di scampo che, sempre secondo l’impianto accusatorio, ha reso possibile non solo il delitto, ma anche le fasi successive, consentendo all’omicida di occultare il cadavere.

Un punto, questo, che segna una linea di continuità netta con la tesi sostenuta fin dall’inizio dall’avvocato Pisani e dal consulente tecnico di parte: la centralità del luogo del delitto.

Non un semplice “sfondo” della vicenda, ma un elemento strutturale, determinante, che incide direttamente sulla qualificazione giuridica dei fatti.

Il luogo era infatti parte di un cantiere PNRR. Un cantiere che, per definizione normativa e amministrativa, avrebbe dovuto essere caratterizzato da controlli, vigilanza, delimitazioni, accessi regolati, presenza di responsabili e tracciabilità delle attività.

Eppure, proprio in quello spazio, si è consumato un omicidio efferato ai danni di una minorenne.

È qui che la vicenda giudiziaria incrocia una questione più ampia, istituzionale e politica.

Sin dalle prime fasi dell’inchiesta, il consulente tecnico della famiglia, l’architetto Paolo Sibilio, ha incontrato gravi e ripetute difficoltà nell’ottenere la documentazione necessaria a individuare con chiarezza l’area di pertinenza del cantiere, le responsabilità di gestione, i confini operativi e i soggetti deputati alla vigilanza.

Richieste formali, solleciti, diffide: un percorso accidentato, segnato da risposte evasive, parziali, talvolta meramente formali.

Alla documentazione richiesta si rispondeva dichiarando che “era stata trasmessa”, salvo poi constatare che non lo era affatto, o che risultava incompleta, insufficiente, inutilizzabile ai fini investigativi.

Un andamento farraginoso che ha costretto il consulente tecnico a diffidare più volte l’ente competente, senza che – ad oggi – risulti ancora un riscontro pieno e puntuale a quanto richiesto.

In questo contesto, la chiusura delle indagini assume un valore che va oltre il profilo penale individuale.

Perché se è vero – come ora riconosciuto dagli inquirenti – che il luogo del delitto ha determinato una condizione di minorata difesa, allora diventa inevitabile interrogarsi su come quel luogo fosse gestito, su chi ne avesse la responsabilità, su quali controlli fossero stati omessi.

La giustizia farà il suo corso nei confronti dell’autore materiale del delitto.

Ma resta aperta, e oggi più che mai legittima, una domanda di verità e responsabilità che riguarda il sistema dei cantieri PNRR, la loro gestione concreta, la vigilanza reale – non solo dichiarata e il modo in cui l’amministrazione ha risposto, o non risposto, alle richieste di chiarezza.

Per Martina, e per il rispetto dovuto a una vita spezzata, non può esserci spazio per zone d’ombra.

Né sul piano penale, né su quello amministrativo, figuriamoci su quello politico.

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