Afragola – Un Piano di Protezione Civile che parla di neve, ma dimentica il bradisismo

Afragola – Ci sono documenti che si possono scrivere male. E poi ci sono documenti che non hanno il diritto di sbagliare. Il Piano Comunale di Protezione Civile appartiene a questa seconda categoria. Perché non disciplina una pratica edilizia, non assegna un contributo e non organizza una festa di piazza. Dovrebbe dire cosa fare quando la vita delle persone è davvero in pericolo.

E invece, leggendo il Piano approvato dalla precedente amministrazione il famoso “sistema” di centrodestra, si ha la sensazione di trovarsi davanti all’ennesimo adempimento burocratico: un documento corposo, pieno di pagine, lontano dalla realtà. Un inutile copia e incolla affidato a qualche operoso solidale.

La contraddizione più evidente è sotto gli occhi di tutti. Nel Piano c’è uno scenario dedicato al rischio neve. Sì avete letto bene NEVE. C’è il rischio nucleare. C’è perfino il rilascio di materiale radioattivo. Ma manca uno scenario specifico sul bradisismo dei Campi Flegrei, il fenomeno che da mesi tiene in apprensione centinaia di migliaia di cittadini dell’area metropolitana e che potrebbe coinvolgere direttamente anche Afragola nella gestione di un’eventuale emergenza. 

È un po’ come preparare una casa contro una grandinata e dimenticare di mettere la porta d’ingresso.

La protezione civile dovrebbe essere la capacità di prevedere ciò che è probabile, non di riempire un indice con tutto ciò che è teoricamente possibile.

Ma le incongruenze non finiscono qui.

Il Piano continua a ragionare su dati demografici di oltre dieci anni fa. Il censimento del 2011. Nel frattempo la città è cambiata, sono cambiati i quartieri, le scuole, le attività, perfino la distribuzione della popolazione. Eppure il documento continua a fotografare un’Afragola che non esiste più. 

Ancora più singolare è un’altra pagina del Piano: quella dedicata alla copertura del suolo. Le aree urbane risultano pari a zero. Le superfici agricole sono pari a zero. Le zone umide, i boschi, tutto a zero. In pratica, sulla carta, Afragola sembra una città che non ha né case né campi. Un errore che forse qualcuno liquiderà come un semplice dato compilato male. Ma quando si parla del documento che dovrebbe guidare i soccorsi durante un’emergenza, anche un dato compilato male racconta un metodo di lavoro fatto di superficialità. 

Da anni con l’architetto Antonio Cerbone, esperto di pianificazione e protezione civile, richiamiamo l’attenzione proprio su questo approccio.

“Il Piano di Protezione Civile non è un documento da approvare e dimenticare in un armadio. È uno strumento vivo, che deve essere aggiornato continuamente perché il territorio cambia e cambiano anche i rischi. Se il Piano resta fermo, il giorno dell’emergenza sarà l’emergenza a presentare il conto.”

Parole che oggi assumono un significato ancora più forte. E si aggiungono alle nostre denunce, dove anche la vita umana, la sicurezza è solo business.

Perché non basta scrivere che esiste un rischio. Bisogna spiegare chi fa cosa, dove va la popolazione, quali strade resteranno percorribili, quali aree saranno realmente disponibili e come si coordineranno i soccorsi.

È come preparare il piano antincendio di un condominio senza controllare se gli estintori siano ancora carichi o addirittura ci siano.

Lo stesso Piano riconosce la presenza delle cavità nel sottosuolo e ricorda persino gli episodi di sprofondamento verificatisi ad Afragola. Ma poi non costruisce attorno a quel rischio una pianificazione concreta, con priorità, monitoraggi e procedure dedicate. Si limita a raccontare il problema, senza spiegare davvero come affrontarlo. E si questo ci facemmo anche un convegno.

Ed è forse questa la fotografia più fedele di un modo di amministrare che troppo spesso ha confuso la quantità con la qualità. Più pagine non significano automaticamente più sicurezza. Più allegati non significano automaticamente più prevenzione.

La protezione civile non si misura dallo spessore del raccoglitore. Si misura dalla capacità di funzionare quando salta la corrente, quando le persone scendono in strada, quando i telefoni sono intasati e qualcuno deve prendere decisioni in pochi minuti. E ricordiamo anche l’incidente tra le due ambulanze durante la simulazione.

Ed è proprio allora che ci si accorge se quel Piano è stato scritto per rispettare un obbligo amministrativo o per proteggere davvero una città.

Perché, come ricorda e sintetizza efficacemente l’arch. Antonio Cerbone: “Un buon Piano di Protezione Civile è quello che, mentre stiamo scappando in strada, ci dice semplicemente dove andare: a destra o a sinistra!”

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