Napoli- Da «bugiardo e illusionista» a vice segretario: la parabola di Librandi

Napoli – C’è una regola aurea nella politica italiana: le parole volano, ma gli archivi restano.

Gianfranco Librandi, oggi vice segretario regionale di Forza Italia in Campania — reduce da una candidatura alle regionali che non ha lasciato il segno — ha evidentemente fatto i conti senza gli archivi.

La politica italiana ha una sua liturgia consolidata: si attacca ferocemente un avversario finché non torna utile, poi ci si avvicina, poi ci si allea, poi si occupa una poltrona. È un copione antico, recitato da molti. Ma perché funzioni senza lasciare troppe tracce, è necessario che le parole usate in passato siano state misurate, prudenti, politicamente ambigue. Attacchi che si possono sempre reinterpretare, sfumature che si possono sempre rivendicare come critiche costruttive.

Librandi, invece, non ha mai amato le sfumature.

Basterebbe rileggere quello che ha scritto e dichiarato negli anni per rendersi conto di quanto sia corto — e scomodo — il tragitto tra la requisitoria e la tessera di partito.

Nel gennaio 2018, dalle colonne del Secolo d’Italia, tuonava: «L’illustrissimo Silvio Berlusconi deve smetterla di dire bugie agli italiani». Nello stesso articolo veniva descritto — e non lo smentì — come «illusionista e bugiardo». Il mese successivo, sempre sul Secolo d’Italia, alzava ulteriormente il tiro: «Berlusconi è il più grande cantastorie del mondo». E avvertiva gli italiani: «Quando promette, firmi ipoteche, altrimenti sono le solite bugie».

Non era una svista. Era un metodo.

Sempre nel gennaio 2018 attaccava Berlusconi e Salvini insieme, accusandoli di «andare in televisione a proporre ricette irrealizzabili», mentre rivendicava l’onestà intellettuale del PD, «impegnato a lavorare per l’Italia». Cinque anni prima, nel luglio 2013, sulle pagine de Il Saronno, aveva già liquidato il ritorno di Forza Italia con sprezzante sintesi: «Silvio Berlusconi ha esaurito tutte le cartucce». Il partito? «Una minestra riscaldata». E — con una metafora che oggi suona come un’involontaria profezia — aveva sentenziato: «Gli interventi di plastica facciale in politica non pagano».

Già. Non pagano.

O forse sì, a guardare il curriculum recente: vice segretario regionale di quel partito che definiva minestra riscaldata, in quella Campania dove la candidatura alle regionali si è conclusa con un risultato che non ha entusiasmato nessuno — e men che meno gli elettori.

Il punto non è il cambio di casacca in sé. La politica italiana è un lungo carnevale di conversioni, e chi si scandalizza finge di scoprirlo oggi. Il punto è la violenza verbale con cui Librandi aveva colpito Berlusconi e Forza Italia — non critiche ragionate, non distinguo politici, ma insulti diretti, ripetuti, costruiti per colpire — e la disinvoltura con cui oggi ne sposa il progetto e ne occupa le stanze.

Chi definisce un uomo «il più grande cantastorie del mondo» e poi ne abbraccia il partito e l’eredità politica non ha cambiato idea. Ha cambiato convenienza.

Resta una domanda, senza risposta: cosa pensa oggi Librandi di quella «minestra riscaldata»?

Evidentemente l’ha trovata abbastanza calda da sedersi a tavola.

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