Sistema 2.0: Una volta si chiamava “l’assicurazione” oggi la chiamano “comunicazione”

C’era un tempo in cui qualcuno la chiamava “assicurazione”. Oggi quella stessa logica, secondo molti, indossa abiti più eleganti (un eufemismo) e si presenta con un altro nome: comunicazione.

Non si vende più soltanto visibilità. Si lascia intendere che senza una determinata “protezione” mediatica si possa diventare il bersaglio di campagne diffamatorie. Che tali dinamiche siano riconducibili a singoli opportunisti o a sistemi più organizzati spetterà esclusivamente alla magistratura accertarlo. Ma il fenomeno, nelle sue manifestazioni, è ormai sotto gli occhi di tutti.

La vera novità, però, è antropologica.

Mai nella storia è stato così semplice autoproclamarsi professionisti della comunicazione. Basta una partita IVA, una pagina social e una biografia costruita con titoli autoattribuiti: editore, direttore, autore, produttore, filosofo, opinionista, comunicatore, strategist. Tutto insieme, spesso senza un reale percorso professionale, senza una formazione strutturata, senza una cultura deontologica. È la dimostrazione che oggi lo strumento è indifferente: ciò che conta è l’influenza che si riesce a esercitare sugli altri.

Ma il bersaglio non è più soltanto il politico l’amministratore o l’imprenditore che si rifiuta di pagare o contrattualizzare la comunicazione.

Sempre più spesso finiscono nel mirino i semplici cittadini. Persone comuni che hanno avuto l’ardire di commentare un post, di difendere il proprio sindaco, di sostenere pubblicamente un amministratore o semplicemente di esprimere un’opinione diversa. Non di rado vengono esposti alla gogna digitale con articoli, post, video e commenti costruiti per screditarli.

Vediamo infatti semplici funzionari o politici ritratti in abbigliamento o pose discutibili al solo fine di essere esposti al pubblico dileggio. Post diffamatori indirizzati in maniera allusiva a semplici cittadini e diffusi anche su più piattaforme attraverso bot e liste Broadcast.

Centinaia di condivisioni per semplici messaggi intimidatori e minatori fatti per essere da messaggio di avviso per gli interessati.

Secondo quanto denunciato da alcuni interessati, finiscono nel mirino anche semplici professionisti o colleghi, giornalisti destinatari di messaggi privati dal contenuto offensivo e intimidatorio, spesso introdotti con insulti e proseguiti con toni minacciosi. Episodi che, a quanto riferito, sono stati segnalati alle autorità competenti e, per gli aspetti deontologici, ai Consigli di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti.

Ancora più inquietante è il fatto che, in alcuni casi denunciati, il bersaglio sembri diventare proprio chi decide di rivolgersi alla Procura della Repubblica per segnalare fatti che ritiene meritevoli di approfondimento e riguarderebbero amministratori o politici contrattualizzati dal sistema. Se tali circostanze trovassero conferma nelle sedi competenti, ci troveremmo davanti a un fenomeno di straordinaria gravità.

La sensazione è che si stia passando dalla fase sommersa a quella dell’ostentazione: non più soltanto la pressione esercitata nel silenzio, ma l’esibizione pubblica della capacità di colpire, screditare e perseguitare mediaticamente chi esprime un’opinione diversa. Se un simile modello dovesse trovare conferma nelle sedi competenti, ci troveremmo di fronte a un fenomeno di eccezionale gravità democratica.

Per questo l’auspicio è che la magistratura faccia piena luce su ogni eventuale responsabilità, che gli Ordini professionali esercitino con rigore le proprie funzioni disciplinari e che la parte sana della società civile prenda finalmente le distanze da ogni forma di intimidazione mascherata da comunicazione.

Perché informare è una professione, comunicare è una competenza, intimidire diffamare e minacciare non potrà mai diventare un mestiere.

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