Afragola – Che le cose non stessero andando esattamente per il verso giusto era ormai evidente. Questa volta, però, non ci riferiamo alla maggioranza, della quale avremo modo e tempo di parlare quando sarà completata la distribuzione delle deleghe e sarà più chiaro il reale assetto politico e amministrativo della nuova Giunta.
Ciò che emerge con maggiore immediatezza, invece, è la crisi delle opposizioni. Una crisi che non nasce oggi e che già da tempo si manifesta attraverso distinguo, precisazioni, prese di distanza e iniziative autonome dei singoli consiglieri comunali.
In queste ore, inoltre, circolano indiscrezioni secondo cui alcune forze e alcune liste della maggioranza starebbero tentando di ampliare il proprio consenso, avviando interlocuzioni politiche con singoli esponenti eletti nelle liste avversarie.
Prima di gridare allo scandalo o al trasformismo, però, è necessario partire da una premessa politica, amministrativa e istituzionale.
Il giorno successivo alle elezioni, il vero terreno del confronto diventa il Consiglio comunale. Un’assise nella quale maggioranza e opposizione rappresentano condizioni politiche di fatto, ma non costituiscono vincoli inderogabili per il singolo consigliere.
Può quindi accadere che un rappresentante eletto nelle liste della coalizione vincente, per ragioni politiche, personali o programmatiche, decida di collocarsi all’opposizione. Allo stesso modo, può accadere, come è già successo ripetutamente nel corso delle precedenti consiliature, che un consigliere eletto nelle liste di minoranza trovi successivamente un’agibilità politica all’interno della maggioranza.
Ciò può avvenire per ragioni storiche, per rapporti personali, per scelte politiche o, più semplicemente, perché il consigliere ritiene che quella nuova collocazione sia maggiormente coerente con le proprie convinzioni e con gli impegni assunti nei confronti degli elettori.
Dal punto di vista politico e amministrativo, dunque, non si tratta di un’eventualità impossibile né necessariamente illegittima.
Una simile prospettiva non dovrebbe allarmare soltanto la maggioranza, naturalmente impegnata a preservare i propri equilibri. Dovrebbe soprattutto indurre le opposizioni a riflettere seriamente sulle ragioni della sconfitta elettorale e sulla propria attuale incapacità di costruire una linea politica realmente condivisa.
Il problema nasce quando qualcuno continua ostinatamente a voler stabilire chi debba essere il leader dell’opposizione, quale debba essere la linea politica comune e chi debba assumere il ruolo di interlocutore esclusivo dell’intera minoranza nei confronti dell’Amministrazione e del Consiglio comunale.
Una pretesa che appare ancora più fragile quando proviene da chi non è stato individuato attraverso un autentico confronto democratico tra le forze della coalizione.
Tutti ricordano le modalità con cui venne indicato il candidato a sindaco: un incontro rapido alla stazione, la convocazione di alcuni rappresentanti delle forze politiche e la comunicazione di un nome che, fino a quel momento, non risultava essere stato realmente discusso né condiviso attraverso un percorso politico partecipato.
Quello stesso protagonista oggi siede in Consiglio comunale e tenta di presentarsi come rappresentante dell’unità della sinistra, dell’intera opposizione e perfino come censore dell’attività amministrativa.
Un ruolo che, prima di essere proclamato, dovrebbe essere riconosciuto dagli altri consiglieri di minoranza e conquistato attraverso autorevolezza, capacità politica e condivisione. Non è sufficiente attribuirselo autonomamente.
Quanto alle precedenti esperienze amministrative e professionali di chi oggi pretende di distribuire giudizi e patenti di legittimità, esistono vicende che meriterebbero ben altri approfondimenti: dall’efficienza degli uffici nei quali ha operato fino alle modalità con cui si sono svolte determinate procedure concorsuali.
Ma questa è un’altra storia, che lasciamo per il momento alle sedi e ai soggetti competenti.
C’è poi un episodio avvenuto durante la prima seduta del Consiglio comunale che restituisce, forse meglio di qualsiasi ragionamento teorico, l’idea che una parte dell’opposizione sembra avere dell’autonomia dei propri rappresentanti.
Quando il consigliere Baia ha chiesto un minuto di tempo per valutare se convergere o meno, insieme agli altri esponenti della minoranza, sull’elezione di Antonio Caiazzo alla presidenza del Consiglio comunale, la prima reazione non è stata quella di aprire un confronto tra i consiglieri presenti in Aula.
Non si è cercato di discutere, di ascoltare le diverse posizioni o di costruire una decisione politica condivisa tra gli eletti.
La risposta immediata è stata, invece, una telefonata.
A chi fosse diretta e da quale luogo esterno all’Aula dovesse arrivare l’indicazione non è dato sapere. Ma il gesto, politicamente, resta significativo. È l’immagine di un metodo nel quale, prima ancora di confrontarsi con i consiglieri comunali, sembra necessario rivolgersi altrove per conoscere la linea da seguire.
Un modus operandi al quale, probabilmente, saremo costretti ad abituarci: decisioni che non maturano nel confronto tra gli eletti, ma che sembrano dover essere preventivamente autorizzate, suggerite o ratificate da interlocutori esterni al Consiglio comunale.
Ed è proprio qui che ritorna il tema dell’indipendenza del consigliere.
Chi è stato eletto non dovrebbe avere bisogno di attendere disposizioni telefoniche per esprimere una valutazione politica. Dovrebbe confrontarsi con i colleghi, assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e rispondere direttamente agli elettori.
Il dato politico attuale resta, dunque, la progressiva frammentazione della minoranza. I movimenti, i contatti e le riflessioni che starebbero maturando in queste ore potrebbero condurre alcuni consiglieri a compiere scelte autonome, condivise o meno con le liste nelle quali sono stati eletti.
Non necessariamente si tratterà di passaggi immediati in maggioranza. Potrebbero nascere gruppi autonomi, nuove aggregazioni consiliari, posizioni indipendenti oppure forme di collaborazione costruite sui singoli provvedimenti e sulle questioni realmente utili alla città.
Del resto, il vero contratto politico di ogni consigliere comunale non è con il partito, con la lista o con il mentore che ne ha favorito o deciso la candidatura.
Il contratto autentico è con gli elettori che gli hanno attribuito la propria fiducia attraverso il voto.
È a quegli elettori che ciascun consigliere deve rispondere delle proprie scelte, della propria autonomia e della coerenza del proprio comportamento. Non a chi pretende di esercitare dall’alto una tutela politica, di impartire una linea o di rivendicare una fedeltà personale in virtù di una nomina ricevuta senza un vero confronto democratico.
Perché un consigliere comunale non è il delegato personale di chi lo ha candidato, né il terminale di un’investitura decisa altrove. È un rappresentante eletto della comunità e conserva il diritto, ma soprattutto il dovere, di valutare liberamente ogni scelta nell’interesse della città e nel rispetto del mandato ricevuto dagli elettori.
È proprio su questo terreno che l’opposizione dovrebbe interrogarsi. Non sulla capacità di trattenere i consiglieri attraverso vincoli personali o appartenenze imposte, ma sulla possibilità di costruire una linea politica credibile, capace di convincerli e di rappresentare realmente i cittadini.
Perché i consiglieri comunali passano, i mentori posso perdere lucidità e capacità di “influenzare” ma per chi ama la politica è lo fa per un impegno civico e non per “piazzarsi” o “piazzare” o mantenere la gestione della “piazza” conta solo il voto degli elettori che, invece, resta l’unica vera fonte della rappresentanza democratica.
Chi vivrà, saprà.