La lottizzazione era il sistema con cui incarichi e ruoli pubblici venivano distribuiti più sulla base delle appartenenze politiche che delle competenze. Succedeva a destra e a sinistra, nella Prima Repubblica come negli anni successivi. Ma almeno esisteva un certo pudore: le appartenenze si intuivano, raramente venivano esibite come un titolo di merito.
Oggi, invece, sembra essersi fatto un passo avanti.
Non solo certe nomine vengono ricondotte apertamente a gruppi, correnti e riferimenti politici, ma c’è persino chi pensa di celebrarle in questo modo, raccontando fedeltà, vicinanze e appartenenze come se fossero parte del curriculum.
Ed è qui che nasce il problema.
Perché un incarico pubblico non appartiene a un partito, a un consigliere regionale, a un parlamentare o a una corrente. Appartiene alla collettività. E chi lo ricopre dovrebbe essere scelto per capacità, esperienza e competenza, non perché considerato “uno dei nostri”.
Naturalmente una persona politicamente vicina a qualcuno può essere anche perfettamente qualificata. Ma se, per raccontarne la nomina, si parla soprattutto di chi l’ha sostenuta, a quale gruppo appartenga o quale riferimento politico debba ringraziare, allora si finisce per produrre l’effetto opposto a quello desiderato.
Non si valorizza il nominato.
Si alimenta il sospetto o si dà la certezza di aver partecipato ad una lottizzazione.
E così, nel tentativo di celebrare una vittoria politica, qualcuno finisce per consegnare agli avversari l’argomento migliore per attaccare. “Il trovato elettorale (così si chiamava quello che si candidava ovunque e non veniva mai eletto) prende il contentino nell’ente pubblico”.
A questo gruppo, allora, un consiglio andrebbe dato: liberatevi di qualche improvvisato della comunicazione che, pensando di rendervi più forti, di darvi visibilità rischia soltanto di procurarvi danni.
Perché prima vi trasforma in protagonisti di improbabili lezioni di politica, poi vi espone sui giornali come se foste i protagonisti di una nuova stagione di occupazione delle caselle pubbliche. Un regalo ai vostri avversari politici.
Ed infatti è per pietas umana che non infieriamo, sarebbe come sparare sulla croce rossa.
E il paradosso è proprio questo: non servono avversari particolarmente aggressivi quando c’è qualcuno, nel proprio campo, capace di fare gratuitamente il loro lavoro.
La pubblica amministrazione non è Risiko, (a quel gioco quelli bravi siamo noi).
Gli incarichi pubblici non sono bandierine da piantare sulla mappa.
E soprattutto, se per festeggiare una nomina bisogna spiegare quanto il nominato sia fedele a qualcuno, forse sarebbe meglio non festeggiarla affatto in quel modo.
Perché nella fretta di raccontare una vittoria, si rischia di raccontare qualcosa di molto diverso.
La conferma dell’esistenza di un sistema che distribuisce posti pubblici per fedeltà e non per merito.