C’è una coincidenza che, ad Afragola, comincia ad essere troppo frequente per passare inosservata.
Mentre proseguono indagini, verifiche e accertamenti sulle vicende riconducibili a quello che da anni viene denunciato come il “sistema ludopatico-criminale” di gestione del potere, ripartono gli attacchi contro chi quel sistema lo ha denunciato.
Succede ancora.
Si approfondiscono indagini circa strani protocolli per l’affidamento di incarichi nell’azienda speciale, concorsi svolti negli ultimi anni, cantieri PNRR, rapporti con imprese, procedure amministrative e comportamenti segnalati agli organi competenti. E quasi contemporaneamente, sui social, torna la stessa liturgia: insinuazioni, aggressioni personali, tentativi di delegittimazione, commenti diffamatori.
Il parallelismo è evidente.
Da una parte gli accertamenti sui fatti. Dall’altra gli attacchi contro chi quei fatti li ha portati all’attenzione delle autorità.
Ormai non siamo più davanti soltanto a una polemica politica. Le denunce presentate negli anni hanno riguardato un intreccio di interessi che ha attraversato appalti, incarichi, procedure concorsuali, rapporti con aziende, licenze e, nelle ipotesi più gravi sottoposte all’Autorità giudiziaria, anche presunti meccanismi estorsivi e circuiti economici funzionali al mantenimento di quella rete di potere.
Responsabilità penali e qualificazioni giuridiche che la magistratura sta in questi mesi accertando. Ma contemporaneamente si grida allo scandalo.
Ma gli accertamenti esistono. Le verifiche esistono. I fascicoli esistono. E mentre questo lavoro prosegue, qualcuno sembra avere un’altra urgenza: colpire chi ha denunciato. Come fatto in passato scavalcando graduatorie concorsuali in favore di figli di amici e di soggetti creditori di cambiali mai pagate , punendo chi si rifiutava di sottomettersi ad un sistema criminale.
Il metodo è sempre lo stesso. Quando emergono gli atti, si attacca chi li pubblica. Quando partono gli accertamenti, si scredita chi li ha sollecitati. Quando alcune posizioni amministrative diventano difficili da difendere, si prova a trasformare in imputato politico chi quelle anomalie le aveva denunciate per primo.
Ed eccoci di nuovo qui.
Nelle ultime ore, sotto un post pubblicato su Facebook, sono comparsi commenti ritenuti gravemente lesivi della reputazione personale e professionale di uno dei soggetti che negli ultimi anni ha presentato denunce e segnalazioni proprio su alcune delle vicende oggi oggetto di approfondimento.
Non semplici critiche. Non dissenso politico. Ma affermazioni che saranno sottoposte nuovamente all’Autorità giudiziaria affinché ne valuti eventuale rilevanza penale.
Gli screenshot sono stati acquisiti integralmente. Una nuova denuncia-querela. Ma questa volta sarà chiesto di valutare non soltanto il singolo episodio, ma anche la reiterazione delle condotte, la successione temporale degli attacchi e gli eventuali collegamenti con fatti già precedentemente denunciati.
Perché c’è un ulteriore elemento. Uno dei soggetti intervenuti nella discussione era già stato interessato da una precedente iniziativa giudiziaria per comportamenti ritenuti minacciosi e diffamatori. Notoriamente legato al sistema è considerato da molti “Faccendiere” di chi quel sistema lo gestiva. Diventa allora sempre più difficile raccontare tutto come l’ennesima rissa da social.
Quando gli episodi si ripetono, quando bersaglio e argomenti restano sostanzialmente gli stessi e quando gli attacchi si intensificano proprio mentre proseguono accertamenti sulle vicende denunciate, qualche domanda diventa inevitabile.
E non riguarda soltanto chi materialmente scrive. La titolare della pagina Facebook sulla quale i commenti sono stati pubblicati è stata formalmente informata del loro contenuto e invitata a rimuoverli.
Ha scelto, allo stato, di non farlo.
Ed è proprio su questo punto che, questa volta, verrà chiesto un approfondimento ulteriore.
Nella nuova denuncia-querela sarà espressamente richiesto che venga valutata anche la posizione di chi quei contenuti li ospita, ne viene formalmente informato e, nonostante i solleciti alla rimozione, sceglie di mantenerli online.
Non si tratta di anticipare responsabilità che spettano esclusivamente all’Autorità giudiziaria accertare.
Si tratta, però, di sottoporre finalmente a valutazione anche un comportamento che non può essere liquidato come irrilevante: la consapevole permanenza di contenuti contestati come diffamatori dopo che chi gestisce la pagina è stato avvertito della loro natura e invitato a rimuoverli.
Perché una cosa è ospitare inconsapevolmente un commento. Altra cosa è conoscerlo, essere formalmente avvertiti della sua contestazione e decidere comunque di lasciarlo lì.
E allora la domanda diventa ancora più netta: fino a che punto chi offre lo spazio, conosce l’attacco e si rifiuta di interromperne la diffusione può continuare a dichiararsi completamente estraneo a ciò che sta accadendo?
È proprio qui che la vicenda assume un significato più ampio.
Se gli stessi ambienti diventano sistematicamente il luogo nel quale si concentrano attacchi contro chi denuncia determinate vicende; se quegli attacchi arrivano mentre indagini e verifiche proseguono; se chi potrebbe interromperne la diffusione sceglie invece di non farlo, allora è legittimo domandarsi se siamo ancora davanti a tante iniziative individuali scollegate tra loro.
Oppure se intorno a questa macchina della delegittimazione esista un ambiente politico, relazionale e comunicativo che la alimenta, la tollera o ne trae convenienza.
Saranno eventualmente gli investigatori a stabilire se esistano collegamenti ulteriori.
Ma la domanda politica rimane tutta.
E diventa ancora più forte guardando ciò che è accaduto negli ultimi anni.
Perché le denunce non sono rimaste parole.
Sono state contestate posizioni di funzionari e incaricati rispetto ai requisiti posseduti. Alcune di quelle posizioni sono successivamente cessate.
Sono stati sollevati dubbi sulla legittimità di incarichi e sulla qualificazione di chi li ricopriva.
Si sono registrate dimissioni. Sono usciti di scena dirigenti. Si sono dimessi direttori dei lavori impegnati nei cantieri PNRR.
Procedure, affidamenti, varianti, contabilità dei lavori e modalità di esecuzione delle opere pubbliche sono finite sotto la lente degli organi competenti.
E gli accertamenti proseguono.
Questo non equivale a una condanna.
Ma demolisce un’altra narrazione: quella secondo cui tutto ciò che è stato denunciato sarebbe stato soltanto frutto di fantasie, rancori personali o campagne mediatiche.
Se fosse stato tutto inventato, non ci sarebbero stati accertamenti.
Se fosse stato tutto propaganda, non ci sarebbero state verifiche.
Se non ci fosse stato nulla da approfondire, non ci sarebbero fascicoli, acquisizioni documentali e procedimenti.
Ed è precisamente qui che si manifesta il cortocircuito.
Mentre gli organi competenti approfondiscono i comportamenti denunciati come parte di un sistema criminogeno, intorno a chi quelle denunce le ha presentate riparte la macchina dell’aggressione personale.
Non si discute della contabilità di un cantiere. Si insulta chi l’ha chiesta.
Non si entra nel merito di un incarico contestato. Si attacca chi ha sollevato il problema.
Non si spiegano le dimissioni.
Si cerca di delegittimare chi le aveva precedute con denunce e segnalazioni.
È il ribaltamento perfetto.
Non si difende più il sistema. Si tenta di processare chi lo ha denunciato.
Tutto questo accade mentre la nuova amministrazione mette mano alla macrostruttura e comincia a spostare alcune delle vecchie pedine dello scacchiere amministrativo. Figure che per anni hanno occupato posizioni strategiche e che oggi, perdendo peso, funzioni e centralità, sembrano reagire. La rotazione spezza rendite di posizione, riduce centri di potere e costringe qualcuno a lasciare caselle considerate intoccabili. Ed è proprio allora che il sistema si agita, si ricompatta e prova a colpire.
Ma c’è un problema. Gli insulti passano. Gli atti restano.
I commenti possono essere cancellati. Gli screenshot no. Un post può scomparire.
Una denuncia protocollata no.
L’amministratore di una pagina può decidere di voltarsi dall’altra parte. Le indagini, invece, continuano.
Ed è probabilmente questo l’elemento che genera più nervosismo: la consapevolezza che, mentre sui social si prova a costruire rumore, negli uffici giudiziari si lavora sui documenti.
E i documenti non si offendono. Non rispondono. Non hanno profili Facebook. Ma restano lì. Anche quando qualcuno maldestramente sceglie di metterci le mani sopra per farli scomparire. Le tracce delle manomissioni restano.
A raccontare incarichi, affidamenti, concorsi, varianti, contabilità, responsabilità amministrative, dimissioni e rapporti sui quali qualcuno dovrà prima o poi fornire risposte.
Per questo la nuova querela non rappresenta il centro della vicenda.
È soltanto una conseguenza.
Il vero fatto politico è un altro: ogni volta che l’attenzione torna sui comportamenti contestati al sistema, qualcuno prova a spostarla contro chi li ha denunciati.
È accaduto ieri. Sta accadendo di nuovo oggi.
E forse, arrivati a questo punto, non basta più chiedersi chi scriva materialmente certe frasi.
Bisogna iniziare a chiedersi chi abbia interesse a creare quel clima, chi lo alimenti, chi lo tolleri e chi scelga consapevolmente di offrirgli una vetrina.
Perché talvolta, per capire dove nasce una diffamazione, non basta guardare chi impugna la tastiera.
Bisogna guardare anche chi tiene aperta la porta.
A volte i mandanti non parlano.
Si limitano a lasciare aperta la porta.