Afragola – Gennaro Giustino vince. La città dice no al “sistema”

Afragola – Il giorno dopo lo spoglio elettorale che ha consegnato la vittoria a Gennaro Giustino, qualcuno ha parlato di festa.

Ma una città non ha nulla da festeggiare quando le prime parole del nuovo sindaco riguardano la necessità di mettere immediatamente mano alla macchina comunale, riorganizzarla, ripulirla, ricostruirne credibilità e autonomia.

Ed è proprio questo il punto politico centrale di queste elezioni.

Ad Afragola non si è consumata una normale alternanza amministrativa. Non c’erano semplicemente destra contro sinistra, rossi contro neri, buoni contro cattivi. C’era una città davanti a un sistema.

Un sistema di potere che negli anni ha messo radici dentro l’attività amministrativa del Comune, insinuando tentacoli ovunque, trasformando la macchina pubblica in uno strumento spesso percepito come funzionale più alla conservazione della rendita del sistema che all’interesse collettivo.

Una cappa politica, amministrativa e relazionale che molti cittadini ritengono abbia trascinato la città dentro alcune delle pagine peggiori della sua storia recente: PNRR, Concorsopoli, polemiche sui concorsi, nepotismo amministrativo, gestione opaca del potere e perfino scandalo verso chi chiedeva semplicemente trasparenza.

Perché ad Afragola si è arrivati al punto che chiedere chiarezza sugli appalti o sui concorsi pubblici veniva percepito quasi come un atto ostile.

E questa volta qualcosa si è rotto.

Non hanno funzionato i riferimenti politici esterni. Non hanno funzionato le filiere istituzionali, i sottosegretari, i parlamentari, i richiami governativi utilizzati per tentare di blindare un sistema ormai percepito da molti cittadini come autoreferenziale.

Ma soprattutto si è rotto il controllo della narrazione.

La comunicazione politica costruita attorno a quella candidatura non solo non ha convinto, ma in diversi momenti è stata perfino derisa pubblicamente. Gli improvvisati comunicatori dell’ultima ora, chiamati a difendere e raccontare una candidatura espressione di quel circuito politico-amministrativo, hanno finito per diventare essi stessi simbolo della distanza tra il racconto costruito e la realtà percepita dalla città.

E quando una città smette di credere alla narrazione, succede qualcosa di pericoloso per ogni sistema di potere: il voto diventa libero.

Quando il voto non è più controllabile, quando diventa partecipazione di massa, la città reagisce con la sua anima. E quell’anima si chiama consapevolezza.

Per questo il dato politico più importante non è soltanto la vittoria di Gennaro Giustino. Il dato politico vero è il rigetto di un modello.

Perfino il voto di preferenza, in alcuni casi, ha lanciato segnali chiarissimi: figure considerate secondarie sono state preferite ai riferimenti più diretti e più organici al sistema. Come se, simbolicamente, la città avesse scelto la damigella invece della principessa.

A Gennaro Giustino spetta adesso un compito difficilissimo: restituire alla città una macchina amministrativa credibile, autonoma e trasparente. Perché una buona amministrazione non deve soltanto apparire onesta. Deve esserlo davvero.

E mentre i procedimenti ancora aperti attendono il loro epilogo, restano anche interrogativi inevitabili sul destino politico e amministrativo di chi quella candidatura l’ha incarnata.

Noi continueremo a fare ciò che abbiamo sempre fatto: vigilare, raccontare, chiedere trasparenza.

Perché il punto finale di questa vicenda è uno solo.

Non ha vinto soltanto Gennaro Giustino.
Non ha vinto il campo largo.
Non ha vinto la sinistra.

Ha vinto la coscienza civile.

Ha vinto Afragola.

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