Afragola – Per anni ci hanno raccontato che i concorsi pubblici rappresentavano il trionfo del merito, che lauree, master e specializzazioni erano la prova della preparazione di chi aspirava a ricoprire ruoli di responsabilità nella pubblica amministrazione e che il sistema fosse in grado di selezionare i migliori. Poi è bastato guardare i risultati per accorgersi che qualcosa non tornava. Uffici costruiti sulla dolosa incompetenza, ritardi strutturali, errori o orrori tecnici dolosi, incapacità amministrativa e decisioni discutibili hanno alimentato in noi una domanda semplice: com’è possibile che una macchina popolata (forse troppo) da persone che sulla carta avrebbero dovuto essere dei professionisti non siano capaci di fare un “O” con il bicchiere?
Da tempo ormai le nostre attenzioni si occupano dei concorsi pubblici, delle graduatorie, dei punteggi, degli incarichi e di quelle anomalie che, a nostro avviso, meritavano e meritano di essere approfondite dagli organi competenti che anche grazie alle nostre segnalazioni stanno svolgendo importanti indagini e inchieste. Ma ciò che oggi investe il “Sistema Pegaso” (il nome sistema non è nostro e non è causale) non riguarda direttamente le vicende che abbiamo denunciato, ma aggiunge un tassello che potrebbe aiutare a comprendere meglio il quadro generale.
Se fino ad oggi l’attenzione era concentrata sulle procedure concorsuali, oggi con questa inchiesta emerge un interrogativo ancora più profondo: quanto valevano realmente i titoli (quando c’erano) utilizzati per partecipare a quei concorsi?
La questione è tutt’altro che secondaria. Per anni il sistema ha attribuito punteggi, vantaggi e opportunità sulla base di lauree, master, corsi di perfezionamento e specializzazioni. Quei titoli hanno consentito di scalare graduatorie, superare altri candidati, ottenere incarichi e costruire carriere. Se oggi una parte di quel sistema universitario e formativo viene messa sotto la lente della magistratura, il tema non riguarda soltanto le università alle quali abbiamo sempre guardato con occhio e giudizio sospetto coinvolte ma anche tutte le conseguenze che quei titoli hanno eventualmente prodotto nel mondo dei concorsi e della pubblica amministrazione.
Le nostre denunce hanno sempre sostenuto che il problema non fosse soltanto chi vinceva i concorsi ma il meccanismo complessivo le motivazioni e soprattutto il “sistema” che consentiva ad alcuni di accumulare vantaggi rispetto ad altri. L’inchiesta Pegaso introduce un elemento ulteriore: il sospetto che il problema possa essere iniziato ancora prima della pubblicazione del bando, ancora prima della presentazione della domanda, ancora prima dell’attribuzione dei punteggi. Se il concorso rappresenta il momento finale della selezione, il titolo di studio rappresenta infatti il biglietto di ingresso. E se quel biglietto perde valore, inevitabilmente viene messo in discussione anche tutto ciò che viene dopo.
Abbiamo sottolineato infatti come si preferisse qualcuno laureato alla Pegaso o università “milanesi” a quelli che invece si erano laureati nelle università pubbliche con lauree e dottorati considerati come elementi secondari al cognome o al censo.
Naturalmente sarà la magistratura ad accertare eventuali responsabilità e a stabilire se le ipotesi investigative troveranno conferma. Sul piano politico e amministrativo, però, una riflessione è inevitabile. Negli ultimi anni si è assistito a una crescente ossessione per il titolo, per l’attestato, per la certificazione, spesso considerati più importanti delle competenze effettive. Si è progressivamente sostituita la cultura della preparazione con quella dell’accumulo di credenziali. Non contava più ciò che una persona era realmente in grado di fare, ma il numero di titoli che riusciva a esibire.
Abbiamo visto laureati in ingegneria in appena tre anni fregiarsi del titolo di ing. Senza neanche svolgere l’esame di Stato o iscriversi all’ordine professionale ma poi alla resa dei conti incapaci di scrivere una mail o di preparare un banale atto sottoscrivendolo come ing. È forse anche per questo che oggi assistiamo a una profonda crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni. I cittadini, e non solo loro per fortuna, vedono curriculum apparentemente coretti vestire soggetti buoni a nulla ma capaci di tutto portando appalti e procedure a risultati disastrosi. Si vedono professionisti e funzionari (quando le loro dichiarazioni sono veritiere) qualificati sulla carta, ma privi di competenza, capacità organizzativa o qualità amministrativa. Da qui nasce il sospetto che il sistema abbia premiato persone che hanno trovato nella compravendita dei titoli prima e dei posti di lavoro dopo, il metodo di raggiungere i propri obbiettivi.
Per questo motivo l’inchiesta Pegaso merita attenzione anche da parte di chi si occupa di concorsi pubblici. Non perché stabilisca automaticamente l’illegittimità di procedure o graduatorie, ma perché apre una domanda che nessuno dovrebbe avere paura di porsi: quanti incarichi, quante assunzioni, quante progressioni di carriera e quante posizioni di responsabilità sono state costruite sulla base di titoli il cui valore reale merita oggi ulteriori verifiche?
Noi continueremo a fare ciò che facciamo da tempo: leggere documenti, analizzare atti, seguire le inchieste e porre domande. Perché il tema non riguarda soltanto chi ha ottenuto un posto, un incarico o una promozione. Riguarda il rapporto tra merito e potere, tra competenza e certificazione, tra interesse pubblico e convenienze private. E soprattutto riguarda il diritto dei cittadini ad avere amministrazioni composte da persone selezionate per ciò che sanno fare e non semplicemente per ciò che dichiarano di essere, coperte da un sistema ludopatico-clericale, alimentato da latte caprino e coperto da un efficiente, questa volta si, ingranaggio.