Approfondimenti – Quando il giornalismo perde la sua funzione: lo sfogo di una giornalista riapre il dibattito sulla deontologia professionale

Le parole pubblicate sulla sua pagina Facebook dalla giornalista Enza Angela Massaro vanno ben oltre uno sfogo personale. Sono la denuncia di una concezione del giornalismo che rappresenta la negazione dei principi stessi su cui si fonda l’informazione.

Nel suo intervento, la cronista descrive un contesto nel quale alcuni sedicenti operatori dell’informazione avrebbero smarrito il confine tra cronaca e interesse personale, tra diritto di informare e utilizzo mascherato dal loro ruolo come strumento di pressione. Dichiarazioni che nascono da osservazioni dirette che sollevano interrogativi profondi sullo stato della professione.

La deontologia giornalistica è chiara: il giornalista, inteso come professionista, esercita un servizio pubblico, è chiamato a ricercare la verità sostanziale dei fatti, ad agire con indipendenza, correttezza e trasparenza, senza subordinare l’informazione a interessi economici, politici e soprattutto personali.

Se invece la pubblicazione o la mancata pubblicazione di una notizia dovessero diventare oggetto di trattative, se la visibilità mediatica fosse utilizzata come leva per ottenere vantaggi economici o altre utilità, non ci troveremmo più davanti a una degenerazione del giornalismo, ma davanti a un utilizzo completamente estraneo alla funzione costituzionale della libertà di stampa. È proprio questo il passaggio più significativo delle parole di Enza Angela Massaro. La giornalista richiama una distinzione netta tra chi utilizza il giornalismo come servizio alla collettività e chi, invece, trasforma l’informazione in uno strumento di pressione sul potere. Una differenza che non riguarda semplicemente la qualità del lavoro svolto, ma la credibilità dell’intera categoria.

Dalle sue dichiarazioni emerge anche un altro elemento: la convinzione che chi non intende assecondare determinate logiche finisca per pagarne il prezzo sul piano personale e professionale. La giornalista lascia intendere di aver subito nel tempo pressioni, comportamenti intimidatori e un clima ostile, proprio perché avrebbe scelto di non uniformarsi a un sistema che considera incompatibile con il giornalismo. Se questo fosse il prezzo da pagare per esercitare la professione con indipendenza, ci troveremmo davanti a un problema che riguarda l’intera categoria e non soltanto la vicenda personale della cronista.

Lo sfogo richiama inoltre una questione che da tempo attraversa il mondo dell’informazione: la persistente presenza di atteggiamenti maschilisti e misogini. Numerose giornaliste hanno raccontato negli anni di aver dovuto conquistare sul campo un’autorevolezza spesso messa in discussione più facilmente rispetto ai colleghi uomini. Se una professionista percepisce di essere ostacolata anche perché donna, il tema non riguarda soltanto il singolo episodio, ma investe la cultura dell’intero ambiente lavorativo.

Un combinato disposto che rende sempre più difficile la crescita professionale in un ambiente che non solo ti contrasta in quanto donna ma che ti aggredisce se vuoi assecondare il sistema deviato che taluni confondono volutamente con l’informazione politica.

Il rischio più grave resta quello di alterare il delicato rapporto tra stampa e politica. Il giornalismo ha il dovere di controllare il potere, denunciarne gli abusi, porre domande scomode e raccontare ciò che accade. È questa la sua funzione democratica. Diverso sarebbe, invece, utilizzare la forza dell’informazione come strumento di pressione nei confronti della politica o degli amministratori pubblici per perseguire interessi estranei al diritto di cronaca. In un simile scenario, l’informazione cesserebbe di essere un presidio di legalità per trasformarsi in un mezzo di condizionamento.

Quando il confine tra controllo del potere e pressione sul potere diventa labile, non è soltanto il politico eventualmente coinvolto a subire un danno. A essere compromessa è la fiducia dei cittadini nell’informazione. Ogni sospetto che la notizia possa essere utilizzata come merce di scambio finisce infatti per indebolire il lavoro di migliaia di giornalisti che, ogni giorno, svolgono la propria professione con rigore, sacrificio e indipendenza.

C’è un’ultima riflessione che questa vicenda impone.

Si sente spesso parlare di “stampa libera”, quasi che la libertà di stampa coincida con la libertà di scrivere qualunque cosa, in qualunque modo e per qualunque interesse. Ma è una rappresentazione fuorviante.

La stampa non è libera dai propri doveri. Il giornalismo non è e non può essere libero dall’etica professionale. La sua forza e la sua credibilità nascono proprio dal rispetto della deontologia, della verità sostanziale dei fatti, del contraddittorio, dell’indipendenza e della funzione sociale che la Costituzione gli riconosce.

Chi sceglie di vivere di giornalismo non vende semplicemente notizie: esercita una funzione di interesse pubblico. Per questo motivo non può utilizzare il diritto di cronaca come strumento di pressione, di delegittimazione personale o, peggio ancora, come leva per ottenere vantaggi economici o professionali. Qui entriamo nel campo dell’estorsione come già in altri articoli rappresentato.

La libertà di stampa non è il diritto di scrivere ciò che si vuole. È il dovere di informare correttamente, con onestà intellettuale e nel rispetto delle regole della professione. È una libertà che vive entro il perimetro dell’etica, della deontologia e della responsabilità sociale. Fuori da quel perimetro non c’è più giornalismo: c’è soltanto un uso distorto dell’informazione, che finisce per danneggiare i cittadini, screditare un’intera categoria e svuotare di significato uno dei pilastri fondamentali della democrazia.

Il post si conclude con un «e con questo post chiudo l’argomento definitivamente», senza rendersi conto di aver acceso un faro su una delle pagine più oscure del giornalismo dei nostri territori: quella in cui l’informazione smette di essere un servizio e diventa estorsione.

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