Afragola – il Sindacato diserta il tavolo: via il “sistema” dai concorsi.

Afragola – il CSA deserta l’incontro: “Avevamo chiesto chiarimenti sulla metodologia delle scelte delle commisioni concorsuali e sul perchè, contrariamente a quanto preannunciato, si è poi deciso di rifare le commissioni interne e al tavolo ci saremmo trovati gli stessi dirigenti che avrebbero occupato quei posti”.

L’incontro non si è mai aperto. Il tavolo convocato dal commissario prefettizio resta vuoto, segnato dall’assenza più pesante: quella del sindacato CSA, che sceglie di disertare. Una scelta tutt’altro che rituale, profondamente politica, maturata dopo settimane in cui il tema dei concorsi ha smesso di essere una questione interna per trasformarsi in un fatto pubblico.

Al centro, ancora una volta, le procedure selettive. Non più semplicemente contestate, ma ormai fuori da ogni logica di correttezza formale. Le stabilizzazioni PNRR, i concorsi nell’Azienda Speciale, l’anomalo scorrimento delle graduatorie dell’Ente da e verso altri comuni del casertano, le progressioni verticali, la distribuzione degli incentivi: episodi diversi che, letti insieme, restituiscono un’unica traiettoria. Metodologie opache, criteri indecifrabili, esiti che sembrano scritti prima ancora di essere determinati. Un’anomalia talmente evidente da aver attirato l’attenzione degli inquirenti, che oggi stanno passando al vaglio quelle procedure.

Non è un dettaglio. È il punto.

Perché quando un sistema di selezione pubblica finisce sotto osservazione giudiziaria, il problema non è più l’errore, ma la struttura stessa del sistema. E infatti non è un caso che anche l’operato dei membri delle commissioni, che negli ultimi mesi hanno gestito e condotto i concorsi, sia diventato oggetto di attenzione da parte dell’autorità giudiziaria, a seguito di esposti che hanno messo in fila anomalie, sovrapposizioni, incongruenze. Così come la lettura di dimissioni, con motivazione diverse, che piovono da qualche mese tra dirigenti, commissari di concorso, funzionari impegnati proprio in quelle procedure.

Ma il quadro si fa ancora più netto quando si guarda ai vincitori. Non singoli casi, ma una tipologia che si ripete: figli di dirigenti partecipare e risultare primi basandosi solo sulla prova concorsuale (quella a discrezionalità della commissione), dove titoli e lauree contano poco, proprio perchè sono oggettive. Sette lauree non bastano per essere ritenuti meritevoli, magari un occhiolino durante il colloquio..

E non finisce qui. Accade che chi presiede commissioni concorsuali, stabilendo criteri e orientando esiti, si ritrovi poi, senza soluzione di continuità, a partecipare a selezioni bandite da aziende speciali riconducibili allo stesso perimetro amministrativo. Gli stessi soggetti che decidono diventano candidati. Gli arbitri scendono in campo. E il campo è sempre lo stesso.

l’anomalia avviene ed accelera durante la gestione commissariale del Comune. In una fase che dovrebbe garantire rigore, discontinuità, ripristino delle regole. E invece consegna l’immagine di un sistema che continua a replicarsi, impermeabile anche a una condizione straordinaria. un accelerazione anomale che dovrebbe non indignare ma almeno insospettire il Commissario proprio alla luce di un altrettanto, seppur legittima, candidatura dell’ex dirigente al personale del Comune di Afragola alla carica di Sindaco. Solo una coincidenza.

In questo contesto, la scelta del sindacato CSA assume un significato preciso. Non partecipare a un incontro costruito per diluire, più che per chiarire. Non legittimare un tavolo dove siedono sigle prive di reale rappresentanza nelle RSU e presenze che confondono il confine tra controllori e controllati. Disertare per non essere parte di una scenografia. al tavolo, infatti,si sarebbero seduti gli stessi membri delle future commissioni: i dirigenti dell’ente.

Perché qui non si tratta più di episodi isolati. È un sistema.

Un sistema in cui i nomi dei vincitori circolano prima delle prove e poi trovano conferma. In cui le graduatorie non selezionano, ma assegnano. In cui, mentre vengono scavalcati candidati collocati ai primi posti per titoli certificati da università pubbliche e competenze verificabili, avanzano profili ambigui che rimandano a inquietanti scenari e legami.

Vengono premiati soggetti funzionali al sistema, definiti veri e propri “sabotatori” del sistema informatico finanziario, portatori di titoli dozzinali e talvolta addirittura inesistenti.

E tutto questo avviene sotto lo sguardo della dirigenza dell’ufficio personale: uno sguardo che appare, a tratti, distratto; a tratti, colpevolmente lento. Le verifiche arrivano tardi, quando arrivano. Solo ad altri viene lasciato il compito di mettere ordine nelle cose licenziando chi i titoli non li aveva e evidenziando condotte pericolose per il funzionamento della macchina comunale. Ma nel frattempo le graduatorie scorrono, gli incarichi si consolidano, le posizioni si cristallizzano.

Il punto, ormai, è uno solo: quando le procedure pubbliche smettono di essere trasparenti, diventano strumenti. E quando diventano strumenti, smettono di selezionare e iniziano a distribuire.

Ed è esattamente questo che oggi nessuno ha voluto affrontare. la scelta del sindacato è una vera è propria denuncia verso un sistema che deve trovare un argine attraverso un azione chiara, limpida.

Afragola – I sindacati contro concorsopoli.

Afragola – Non sono più voci, non sono più sussurri, non è più il solito racconto che qualcuno prova a liquidare come polemica politica. Adesso parlano i sindacati. E quando i sindacati iniziano a parlare di concorsi pubblici, significa che il livello è già oltre la soglia di guardia, significa che il problema è esploso. Ad Afragola questa esplosione ha un nome che ormai non si riesce più a nascondere: concorsopoli. La lettera indirizzata al Commissario Prefettizio non è un atto burocratico, è una presa di posizione che certifica una cosa precisa, irregolarità nelle procedure di reclutamento, mancanza di trasparenza, atti conosciuti incidentalmente. Non è una svista, è un metodo. Prima si stabiliscono regole lineari, commissioni esterne per tutte le procedure, poi quelle regole vengono smontate con una revoca chirurgica e si introduce la variabile, commissioni interne proprio dove il controllo dovrebbe essere più rigoroso. Non è un errore tecnico, è una scelta. E ogni scelta, in un ente pubblico, ha un motivo.

Ma il punto vero è un altro, ed è quello che nessuno può più fingere di non vedere. Questa denuncia, per quanto grave, arriva tardi. Arriva dopo mesi, anni, di segnalazioni. Arriva dopo che la Procura della Repubblica ha già acceso i riflettori su altri concorsi svolti all’interno del Comune di Afragola e dell’azienda consortile. Arriva dopo che una sequenza impressionante di anomalie, di quelle che non puoi liquidare come coincidenze, ha già mostrato il volto reale del sistema. Perché qui non parliamo di episodi isolati, parliamo di una costante. Imbarazzanti casualità, imbarazzanti coincidenze, sempre le stesse dinamiche, sempre gli stessi ambienti, sempre gli stessi nomi che si incrociano. Figli di dirigenti, parenti di dirigenti, figli di assessori, nipoti di assessori, persone legate a chi in quell’ente decide, controlla, indirizza. E accanto a questo, una rete di rapporti che non è solo amministrativa ma anche economica, relazioni che poi sono esplose nei vari scandali legati alla gestione dei lavori, soprattutto quelli finanziati con il PNRR.

E allora il quadro smette di essere confuso e diventa chiarissimo. Non è più una somma di anomalie, è un sistema che si ripete, che si autoalimenta, che seleziona sempre nello stesso modo. Basti pensare a quello che sta emergendo proprio in queste ore e che sarà formalizzato nei prossimi giorni: nel concorso di stabilizzazione PNRR viene selezionato un soggetto per il quale era stato avviato un procedimento disciplinare per aver tentato di sabotare il servizio finanziario. Non una voce, un fatto. I membri della commissione erano consapevoli di quell’episodio. E nonostante questo, nonostante un giudizio appena sufficiente, lo hanno ritenuto meritevole rispetto a candidati che avevano ottenuto valutazioni eccellenti risultati primi nella stessa graduatoria per titoli ed esami su 170 partecipanti, ma poi si è ritenuto poco confacenti con le attività che illecite che dovevano svolgere al servizio del sistema. Qui non siamo più nell’area grigia, qui siamo dentro una scelta che grida.

E non è un caso, non può essere un caso, che un altro partecipante risultato vincitore di un concorso PNRR abbia superato la selezione senza possedere i requisiti minimi per partecipare, senza laurea, senza abilitazione, senza titolo. Nonostante questo ha vinto, inspiegabilmente ha vinto, ed è stato addirittura nominato direttore dei lavori, esercitando di fatto abusivamente la professione di architetto. Non sono bastate le segnalazioni dell’Ordine professionale, non sono bastate le denunce e le querele presentate da tecnici, non sono bastate le interrogazioni in Consiglio Comunale. Nulla. Per mesi nulla. Si è dovuto attendere che la dirigente Alessandra Iroso, coincidenze, cessasse le funzioni di controllo perché solo dopo il suo avvicendamento si è arrivati al licenziamento, e sempre per coincidenza oggi è candidata a sindaco sostenuta da quella stessa area politica che ha governato proprio nelle fasi in cui questo sistema produceva i suoi effetti più evidenti.

Cinque mesi. Cinque mesi in cui non è stato fatto nulla. È una coincidenza? È una coincidenza che chi doveva verificare la veridicità delle dichiarazioni non abbia agito immediatamente? È una coincidenza che chi sapeva, perché sapeva, abbia lasciato correre? È una coincidenza che, nonostante tutto questo fosse noto, durante il successivo concorso di stabilizzazione gli stessi soggetti siano stati ritenuti idonei e meritevoli? Due membri della commissione, un dirigente con un familiare candidato in altra procedura e un funzionario perfettamente a conoscenza della mancanza dei requisiti, hanno comunque ritenuto quel candidato idoneo a vincere. Anche questa una coincidenza. Come l’inopportuno incontro avvenuto il giorno prima tra alcuni dirigenti, presidenti di commissione e padri di famiglia già segnalato alle autorità competenti.

Troppe coincidenze. Sempre nella stessa direzione. Sempre con gli stessi esiti. Sempre con lo stesso risultato finale: vincitori già scritti prima ancora che le commissioni si riuniscano. Perché è questo che emerge, ed è questo che, secondo dichiarazioni già agli atti, viene raccontato da chi dentro quel sistema ci lavora: i candidati non venivano scelti dalle commissioni, venivano indicati. Indicati prima. Indicati altrove. Le commissioni servivano solo a formalizzare.

E tutto questo oggi è al vaglio degli inquirenti. Non è più un racconto, è materia di indagine. E allora la questione diventa ancora più grave, perché mentre si indaga, mentre emergono fatti, mentre si accumulano elementi, quel sistema continua a produrre effetti, continua a inserire nell’ente persone che hanno utilizzato canali ambigui, percorsi paralleli, scorciatoie incompatibili con qualsiasi principio di imparzialità. Non è solo una questione di legalità, è una questione di futuro dell’ente. Perché un’amministrazione che si alimenta così non seleziona competenze, seleziona appartenenze. E quando selezioni appartenenze, hai già deciso che tipo di macchina amministrativa vuoi avere.

Adesso una cosa è certa, anche dall’interno della macchina comunale iniziano a partire le prime denunce, qualcuna in forma anonima, oggi attraverso i sindacati.

Denunciate, denunciate, perché non siete soli. Denunciate i soprusi, le nefandezze, gli abomini amministrativi, e soprattutto vi chiediamo resistere, resistere resistere al sistema ludopatico-clericale-concorsuale che ha lobotomizzato le coscienze di alcuni è accresciuto i patrimoni immobiliari di altri.

Afragola – È iniziata la campagna elettorale. Non solo quella politica. Anche quella del sistema.

Concorsi, appalti, concessioni, convenzioni: tutto si muove, tutto accelera. E mentre si chiede consenso ai cittadini, si costruisce in parallelo la continuità interna del potere. Una doppia campagna, una visibile e una sotterranea.

Da giorni stiamo denunciando pubblicamente movimenti anomali dentro la macchina comunale e negli enti collegati. Dinamiche che vedono intrecciarsi aspiranti candidati al posto fisso, dirigenti, funzionari e componenti di commissioni esaminatrici. Non semplici coincidenze, ma relazioni che si attivano proprio nei momenti più delicati delle procedure.

Restano, ad esempio, fortemente inopportuni gli incontri tra dirigenti, funzionari e candidati nelle ore immediatamente precedenti allo svolgimento dei concorsi. Circostanze che, anche solo per il loro verificarsi, minano la credibilità delle selezioni pubbliche.

Nel frattempo, si registrano ulteriori incontri, altrettanto inopportuni, nei quali a candidati già inseriti nelle graduatorie di concorsi del Comune di Afragola veniva prospettata la possibilità di scorrimenti verso altri comuni della provincia di Napoli. In tali contesti, la presenza di specifici interlocutori — introdotti anche attraverso figure esterne riconducibili stabilmente all’ambito delle cooperative — appare quantomeno significativa. Si tratta, in particolare, di soggetti che nel tempo hanno operato come consulenti per realtà che, una volta stipulate convenzioni con l’ente, si sono ritrovate ad avere nel proprio organico le medesime figure di riferimento.

Una dinamica che richiama logiche già viste: una sorta di filiera relazionale che si riproduce, con modalità non dissimili da quelle con cui, in altri ambiti, si assiste alla cessione di attività e servizi essenziali. In questo caso, però, il terreno è quello ben più delicato delle graduatorie pubbliche e delle opportunità occupazionali.

In compagnia di nuovi interlocutori, questa volta anche di natura politica e portatori di una continuità operativa e relazionale, verrebbe così alimentata l’aspettativa — se non la promessa — di scorrimenti e collocazioni future. Un meccanismo che, se confermato, solleva interrogativi profondi sulla reale autonomia e imparzialità delle procedure.

Nel frattempo si preparano operazioni ben più rilevanti: sono imminenti incontri tra cooperative del terzo settore e aziende speciali per la definizione di una maxi convenzione in co-progettazione, del valore di circa 2 milioni di euro, da chiudere tassativamente prima delle elezioni. Anche qui, la tempistica non è un dettaglio.

E poi c’è il tema dei concorsi dove, paradossalmente, conta più l’idoneità che la vittoria. Perché l’obiettivo non è selezionare i migliori, ma costruire una platea di “eredi naturali”, pronti a essere inseriti progressivamente nei gangli dell’amministrazione, sostituendo chi già oggi presidia le posizioni chiave.

In questo quadro si inserisce anche un fenomeno che merita attenzione: il ricorso sempre più diffuso a percorsi formativi provenienti da circuiti universitari telematici, che sembrano costituire, nei fatti, un canale privilegiato di qualificazione per l’accesso e la progressione interna. Una dinamica che, pur formalmente legittima, pone interrogativi sulla reale selettività e sul valore meritocratico dei percorsi adottati.

Parallelamente, si assiste alla crescita di figure funzionali che, sotto l’egida di dirigenti di riferimento, consolidano rapidamente posizioni e ambizioni professionali, accompagnate da percorsi accelerati verso ruoli di responsabilità gestionale. Anche qui, il tema non è la legittimità formale, ma l’opportunità sostanziale e la trasparenza dei processi che conducono a tali risultati.

A ciò si aggiungono le pressioni e le determinazioni attraverso le quali vengono revocate le società che non hanno garantito un’immediata disponibilità all’espletamento delle preselezioni. Parallelamente, si registrano affidamenti diretti, disposti dal Direttore Generale — peraltro soggetto coinvolto nelle medesime dinamiche concorsuali — a favore di operatori disponibili a completare le procedure preselettive entro il termine del 24 aprile. Un’accelerazione che, se non apertamente illegittima, appare quantomeno fortemente inopportuna sotto il profilo della trasparenza e dell’imparzialità amministrativa.

Il risultato è chiaro: mentre si costruisce il consenso elettorale, si tenta contestualmente di occupare l’ente dall’interno, se non politicamente, in modo sistemico e strutturale.

Tutto questo avviene durante la gestione commissariale. Ed è proprio per questo che appare ancora più necessario un intervento rigoroso da parte del Commissario prefettizio, affinché vengano esercitati tutti i poteri di controllo e verifica, almeno per dissipare le ombre che si addensano sulla trasparenza delle procedure e sulla capacità dell’ente di rappresentare un argine, e non un veicolo, rispetto a queste dinamiche.

Perché qui non è in discussione una singola procedura.
È in discussione la tenuta stessa dell’istituzione.

Afragola – la candidatura di Alessandra Iroso ufficializzata da una determina: non è solo politica, è sistema

Con la Determinazione Dirigenziale n. 524/2026 si ufficializza, almeno sul piano amministrativo, la candidatura della dott.ssa Alessandra Iroso, dirigente del Comune di Afragola, alla carica di Sindaco. 

Un passaggio formale, certo. Ma tutt’altro che neutro.

Perché questa candidatura, che ha già prodotto un evidente disagio e un forte imbarazzo nel centrodestra, fino alla defenestrazione di Biagio Castaldo dalla guida cittadina di Fratelli d’Italia, non rappresenta un episodio isolato. È la cristallizzazione di ciò che da tempo veniva denunciato: l’esistenza, all’interno della macchina comunale, di un sistema amministrativo percepito come fidelizzato a una precisa gestione politica.

Oggi quel sistema non è più soltanto oggetto di lettura politica.

Trova una forma. Trova un volto. Trova una candidatura.

Iroso, come previsto dalla legge, è stata collocata in aspettativa per la durata della competizione elettorale. Ma il dato politico è un altro: questa scelta segna un punto di rottura. Non si tratta più di interpretazioni o ricostruzioni. È un passaggio che rende esplicito un equilibrio che per anni è stato percepito come opaco.

E si interrompe, almeno per chi compie questo percorso.

Secondo quanto riferito da ambienti ben informati, esisterebbe già una collocazione alternativa all’interno dei ruoli dirigenziali di altro ente nazionale (INPS), circostanza che renderebbe questa scelta non soltanto politica, ma anche strutturalmente irreversibile rispetto al ritorno nella precedente funzione. Non perdendo l’occasione di garantire la continuità del sistema nella macchina comunale.

Ma il punto vero va oltre il singolo caso.

Perché il tema non è una persona, la sua storia o le sue scelte, ma un modello.

Quando all’interno di un’amministrazione si consolida anche solo il sospetto che un dirigente possa agire per conto terzi, o che la funzione pubblica venga piegata a logiche di appartenenza, di influenza o di utilità indiretta, il problema non è più giuridico ma etico. E anche quando non si configurano profili di illegittimità, resta un dato difficilmente contestabile: siamo davanti a una distorsione della funzione pubblica.

Ed è una distorsione che, se non sfiora l’illecito, sfiora comunque il limite più estremo dell’immoralità amministrativa.

La candidatura di Iroso, dunque, segna un passaggio definitivo. Non solo perché apre una competizione elettorale, ma perché rende leggibile ciò che per troppo tempo è rimasto sullo sfondo.

Da questo momento in poi, ogni scelta sarà politica. Esplicita. Assumibile. Non più mascherabile. E forse è proprio questo, oggi, il dato più rilevante.

Perché quando un sistema si rende visibile, smette di essere negabile.

Afragola – Doppio schiaffo all’ex Presidente del Consiglio Comunale

Afragola – Porgi l’altra guancia, recita il Vangelo. Ma quando accade, tutto ti aspetti, tranne un altro schiaffo.

Ed è esattamente quello che è successo a Biagio Castaldo, ex Presidente del Consiglio Comunale.

Il centrodestra locale non scricchiola, si incrina. E lo fa con un doppio schiaffo.

Il primo arriva con l’imposizione della candidatura di Alessandra Iroso, dirigente ancora in servizio dell’ente, proiettata nella corsa a sindaco non attraverso un confronto politico, ma per investitura. Una scelta calata dall’alto, figlia di quella filiera di potere che qui conosciamo bene, il mentore del mentore, dove il consenso non si costruisce più nelle piazze o nelle sedi di partito, ma nelle stanze, e qualche volta nelle celle.

Il secondo schiaffo è ancora più pesante, perché assume i contorni di un tentativo intimidatorio. Non è più solo una scelta politica, è un atto di coercizione. A Castaldo viene chiesto, senza troppi giri di parole, di bere o affogare. Accettare o essere estromesso. Dentro o fuori. Senza alternative.

E il messaggio è chiaro. Non si tratta di una dialettica interna, ma di un’imposizione che richiama un modello preciso di gestione del potere. Un modello che non tollera deviazioni, che non ammette dissenso, che non gestisce il confronto ma lo neutralizza.

Castaldo, sin dalle prime voci sulla candidatura Iroso, aveva espresso una posizione netta. Contrario. Non per una questione personale, ma per una linea politica che rivendicava un minimo di autonomia decisionale. Per la terza volta consecutiva, infatti, il centrodestra si trova a subire una candidatura che nasce dentro un circuito istituzionale ben definito: prima Claudio Grillo, poi Antonio Pannone, oggi Alessandra Iroso. Sempre lo stesso schema, sempre lo stesso perimetro decisionale. Il no di Biagio Castaldo si è, infatti, trasformato in una non tanto velata minaccia di commissariare il suo Partito, levandogli il simbolo e la segreteria. Costringendo l’ex presidente o a fare un passo indietro o uno avanti fuori dalla porta di casa sua.

Ma questa volta il punto non è solo la candidatura.

Intorno alla candidatura, infatti, si muove un’accelerazione che non passa inosservata. Altri dirigenti e funzionari, nello stesso perimetro, stanno spingendo per chiudere procedure concorsuali prima della scadenza elettorale. Una corsa contro il tempo che ha un obiettivo preciso: blindare posizioni, consolidare equilibri, liberare margini operativi per rispettare impegni già assunti.

E qui riemerge, puntuale, il tema che nessuno vuole nominare ma che tutti conoscono. La sistemazione. La prole di qualche dirigente. La costruzione di percorsi preferenziali. E, specularmente, la ricollocazione degli stessi attori all’interno di altri concorsi, dove le pressioni non restano più sullo sfondo ma diventano prassi.

Pressioni sulle commissioni, sulle tempistiche, sulle modalità operative. Accelerazioni forzate, con un linguaggio che non lascia spazio a interpretazioni: o si chiude, o si salta. Pena la revoca dell’incarico, pena l’estromissione da ruoli già assegnati.

Non è più solo una dinamica politica.

È un sistema politico-relazionale fondato su una fidelizzazione solidale, dove l’appartenenza diventa garanzia e la fedeltà diventa moneta. Un sistema che, per mantenersi, non esita a utilizzare strumenti coercitivi, anche nei confronti dei propri uomini, anche nei confronti dei propri ingranaggi. O dentro o fuori.

O bere o affogare.

Afragola – Toto – Sindaco: il centrodestra tra ambizioni personali e sistema di potere

Afragola – Il centrodestra continua a girare attorno al nodo principale senza riuscire a scioglierlo: il nome del candidato sindaco.

Il profilo del dirigente (tuttora in carica) dato da molti come possibile candidato in attesa di un probabile approdo all’INPS, non riesce a chiudere la partita. Il motivo è politico prima ancora che personale e di mera opportunità. Il presidente del Consiglio uscente Biagio Castaldo rivendica infatti apertamente la leadership elettorale e politica dell’area.

Una rivendicazione che, a ben guardare, non è priva di fondamento. Castaldo è al momento l’unico che potrebbe presentarsi agli elettori come rappresentante politico di una lista con un riferimento nazionale riconoscibile.

In alternativa, il resto del campo, invece, rischia di trasformarsi in un mosaico piuttosto fragile. È noto da settimane che la Lega difficilmente presenterà il proprio simbolo, per ragioni che oscillano tra il tatticismo e la constatazione di un appeal elettorale quasi nullo sul territorio come dimostrato in più tornate elettorali. Per motivazioni molto diverse appare, invece, la situazione di Forza Italia, il cui simbolo potrebbe non comparire nella coalizione.

Il risultato sarebbe un paradosso politico: un centrodestra che, nell’ipotesi di convergere su un candidato unitario, si presenterebbe con una sola vera lista nazionale – Fratelli d’Italia – circondata da una costellazione di liste civiche. Senza però riconoscere a Castaldo un ruolo che politicamente gli spetterebbe ma che al sistema non piace perché poco disponibile a mantenere in piedi la “bancarella del torrone”..

Liste prive di una reale identità politica, spesso riempite più da relazioni personali, clientelari, che da rappresentanza della società civile. In altre parole, più che una coalizione politica, una galassia elettorale composta da fiancheggiatori, solidali, e qualche parente, del sistema Nespoli.

Un sistema che, per stessa ammissione dei suoi protagonisti, avrebbe governato negli anni collocando le proprie pedine nei punti sensibili dell’amministrazione: funzionari chiamati più all’obbedienza che all’autonomia amministrativa. Il meccanismo è noto. Chi esegue gli ordini resta nel circuito del potere. Chi si sottrae rischia l’isolamento o la rappresaglia amministrativa. E in cambio, il premio: Il posto per i fedelissimi. Il posto per gli amici.

Il posto per la prole.

E il solo fatto che si parla nei corridoi dell’ente di trasferimenti presso altri enti prima che siano espletate le procedure, la dice lunga sulla capacità di gestire le posizioni delle proprie pedine.

Una dinamica che oggi finisce inevitabilmente per incrociarsi con un’altra vicenda che sta scuotendo il palazzo comunale: la cosiddetta “Concorsopoli”, ora al vaglio degli inquirenti. Secondo quanto trapela, sarebbero stati aperti diversi fascicoli e sarebbero già partite le prime attività investigative che potrebbero coinvolgere numerosi protagonisti della macchina amministrativa.

Dopo le polemiche, e le inchieste tuttora in corso, legate ai lavori del PNRR, anche il sistema dei concorsi pubblici finisce quindi sotto la lente della magistratura. A partire dalle procedure di stabilizzazione del personale PNRR, fino ad arrivare ai concorsi banditi dall’azienda speciale, gli investigatori starebbero esaminando una serie di incongruenze che, secondo le prime ricostruzioni, farebbero emergere dinamiche quantomeno anomale.

Da un lato presunte azioni ritorsive nei confronti di alcuni candidati. Dall’altro atteggiamenti permissivi verso altri.

Il punto più delicato riguarderebbe proprio i nomi dei vincitori, che – secondo quanto starebbero verificando gli inquirenti – presenterebbero in diversi casi legami diretti o indiretti con ambienti politici e amministrativi. Tra questi, secondo quanto circola negli ambienti cittadini, figurerebbero un ex assessore di un comune “amico”; la nipote di ex assessore oggi particolarmente attivo nella nuova campagna elettorale a sostegno del centrodestra, alcuni fedelissimi riconducibili ad ex amministratori di comuni politicamente vicini, oltre ai figli di dirigenti dell’ente.

In diversi casi, raccontano fonti interne, basterebbe persino un semplice tesserino da pubblicista ricevuto senza aver pubblicato mai alcun articolo per ritrovarsi improvvisamente proiettati nel ruolo di esperti di comunicazione all’interno dell’apparato amministrativo.

Un quadro che gli investigatori starebbero ricostruendo tassello dopo tassello.

Nel frattempo, secondo alcune voci che circolano negli ambienti giudiziari e politici locali, le verifiche potrebbero non fermarsi soltanto ai concorsi. Le indagini – secondo queste indiscrezioni – potrebbero estendersi anche alla ricostruzione dei patrimoni personali di alcuni dirigenti, e funzionari con particolare attenzione agli incrementi dei patrimoni immobiliari maturati negli ultimi anni.

Patrimoni che, secondo queste ricostruzioni ancora tutte da verificare, alcuni funzionari avrebbero accumulato in tempi relativamente brevi dopo la loro nomina o il loro consolidamento all’interno dell’ente.

Non sono, infatti sfuggite agli occhi degli inquirenti, ma anche ai poveri utenti del SUED, il parco auto dei funzionari neoassunti dell’ente: auto dal valore di centinaia di migliaia di euro nella disponibilità di funzionari con stipendi da semplici impiegati.

Se queste piste investigative dovessero trovare conferma, la partita del toto-sindaco rischierebbe di diventare soltanto la superficie visibile di una questione molto più profonda: il rapporto tra potere politico, macchina amministrativa e gestione delle risorse pubbliche in città.

Afragola – Questa sera non si sceglie un candidato. Si ratifica un ordine.

Afragola – Tra poche ore il centrodestra si riunirà per quella che verrà presentata come una scelta politica condivisa: l’indicazione del candidato sindaco. Una riunione, un tavolo, una discussione. Almeno così verrà raccontato.
In realtà, la scena che si sta preparando assomiglia più a una cerimonia di incoronazione che a un vero confronto politico.
Il nome destinato a emergere è quello della dottoressa Alessandra Iroso, dirigente del Comune di Afragola tuttora in servizio presso l’ente. Tuttora, sì. È bene ripeterlo: una dirigente comunale in carica che viene indicata come candidata alla guida politica della stessa città. Un soggetto che non è né politico né proveniente dalla società civile. Un burocrate indicato per sbrigare le faccende amministrative decise da altri. Lavoro che a quanto pare avrebbe svolto egregiamente.
La riunione di questa sera servirà soprattutto a costruire una narrazione: quella di una decisione maturata collegialmente attorno a un tavolo. Ma chi osserva con un minimo di lucidità sa bene che il nome di Alessandra Iroso non nasce certo dentro quella stanza. È stato pronunciato altrove, in una dimensione ben più lontana da quel tavolo.
E soprattutto da chi, a quel tavolo, non sarà presente.
Non per scelta. Per costrizione.
Per motivi che tutti conoscono, ma sui quali la politica locale continua a esercitare un comodo silenzio.

Nel frattempo c’è chi questa candidatura l’aveva immaginata per sé. L’ex presidente del Consiglio comunale uscente Biagio Castaldo aveva coltivato l’aspirazione di correre per la fascia tricolore. I voti in fondo li ha, e anche un minimo di consenso ed invece… La partita si è chiusa prima ancora di iniziare. Dallo stesso sui partito è arrivato un diktat che ha chiuso ogni spazio e imposto il silenzio.
Perché, ad Afragola, alcune decisioni continuano a non essere politiche.
Sono proprietarie.
Il Comune di Afragola, da anni, viene trattato come una faccenda personale. Una faccenda di Nespoli.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante. Se davvero il centrodestra avesse voluto riproporre una figura politica, avrebbe potuto farlo. Avrebbe potuto riproporre Antonio Pannone, ex sindaco uscente, o individuare un altro dirigente politico. Invece la scelta è caduta su una dirigente comunale.
Perché?
La risposta che circola nei corridoi della politica locale è disarmante nella sua semplicità: perché Alessandra Iroso rappresenta un passaggio in meno. E soprattutto meno viaggi scomodi…
Ed è esattamente questo che dovrebbe far riflettere la città. Dovrebbe far riflettere le forze politiche. Dovrebbe far riflettere chi ancora crede che la scelta di un candidato sindaco sia un fatto pubblico e non una decisione maturata nei circuiti del sistema.
Ma soprattutto dovrebbe far riflettere un altro dato: quando una singola persona decide di candidare alla guida della città un dirigente comunale ritenuto da molti un fidelissimo, la questione smette di essere soltanto politica.
Diventa istituzionale.
E a quel punto una domanda non riguarda più solo gli elettori.
Riguarda anche chi ha il compito di vigilare su come funzionano davvero i meccanismi del potere in questa città.

Afragola – Cade la maschera del sistema.

Afragola – Il centrodestra candida Alessandra Iroso, nome che ai cittadini non dice nulla, dirigente del comune di Afragola, da sempre integrale al”sistema” amministrativo che oggi partecipa al ballo delle debuttanti nel ricoprire un ruolo che ai più era già noto: garante degli interessi della compagine nespoliana. Il centrosinistra punta su Gennaro Giustino, ma la vittoria facile è la trappola più pericolosa.

Ad Afragola si è sempre saputo come funziona: quando il palazzo brucia, i suoi inquilini non cercano un pompiere. Cercano qualcuno che sappia dove sono le uscite di servizio, e magari, anche i gioielli di famiglia.

E così, mentre il mentore e ispiratore di tante “giocate politiche” Vincenzo Nespoli sconta le condanne passate in giudicato in stato di detenzione, epilogo di una parabola personale che poco ha a che vedere con la “Politica”, il centrodestra afragolese orfano del suo mentore, compie il gesto più rivelatore della sua storia recente: candida Alessandra Iroso, dirigente dell’ente da sempre organicamente inserita nell’orbita dell’ex sindaco ed ex senatore. Non un segnale di discontinuità. Una dichiarazione di continuità assoluta, ostentata, quasi orgogliosa. In pratica un vero e proprio “ALL IN!!!”.

La benedizione arriva direttamente da Pina Castiello, sottosegretaria leghista, che avrebbe identificato nell’Iroso “l’unica soluzione percorribile”. Una formula interessante, quella. Stoppando le aspirazioni dell’uscente Presidente del Consiglio Biagio Castaldo che si troverà costretto a votare e ingoiare la candidatura della Iroso pur di non essere tagliato fuori dai giochi. Non la migliore. Non la più competente. L’unica percorribile. Come se il sistema avesse già tracciato il sentiero e il compito della politica fosse soltanto non uscirne.

Questo è il centrodestra afragolese nel 2026: un organismo che si autoalimenta, che sostituisce i suoi elementi patogeni con elementi funzionalmente identici, che chiama ricambio ciò che è replica. Alessandra Iroso non è una candidata. È una garanzia. Una polizza stipulata dal sistema su sé stesso.

Il professor Antonio Pannone, nel frattempo è stato messo da parte dal suo stesso mentore, paga il conto di un’amministrazione che ha lasciato troppe tracce. Le indagini sui fondi PNRR avanzano. Gli altri fronti giudiziari , secondo i bene informati, si avvicinano alla loro naturale conclusione. L’immagine del professore mite, religioso, al servizio della comunità, quella patina costruita con pazienza e spesa con generosità nel circuito del sistema associativo, si sta scrostando. Resta un sottofondo grigio, poroso, opaco.

L’appeal del notabile rassicurante si è esaurito. E con esso, il valore che Pannone aveva per la coalizione: quello di un volto presentabile sopra una macchina imbarazzante. Senza quell’appeal, rimane solo la macchina. E la macchina, adesso, ha il volto di Alessandra Iroso. E saper leggere e scrivere non basta più. Bisognava anche saper contare. La pratica Pannone è stata archiviata.

Sul versante del centrosinistra, la strada appare più tortuosa di quanto la matematica suggerirebbe. La vittoria è a portata di mano , forse fin troppo. Ed è proprio qui che si annida il rischio.

Gennaro Giustino è il nome su cui dovrebbe convergere il campo largo. Una candidatura sostenuta anche da una parte degli ex consiglieri di maggioranza che hanno rotto pubblicamente con i metodi dell’amministrazione Pannone: dai concorsi orientati alla gestione clientelare degli appalti, dal PNRR utilizzato come strumento di consenso ai piccoli e grandi illeciti che costellavano l’ordinario amministrativo. Si ricordi gli interventi delle consigliere Sepe e Di Maso negli ultimi consigli comunale e gli appunti critici del consigliere Giuseppe Affinito circa la gestione dei fondi PNRR. Fuoriusciti che portano con sé non solo voti, ma memoria. Memoria di un sistema che conoscono dall’interno al quale hanno deciso di dare un taglio definitivo.

Una convergenza che, sulla carta, ha tutto per funzionare. Ma le ambizioni dei tanti spesso cozzano con le reali potenzialità dei singoli, le convergenze, quindi, quelle costruite sulla comune avversione a qualcosa rischiano di inciampare sulla comune visione di qualcosa, qualcosa che abbia davvero la possibilità non solo di vincere ma di demolire il sistema. Partendo proprio dai dirigenti fiancheggiatori.

La domanda che Afragola deve porsi non è solo chi vince. È cosa succede il giorno dopo.

Perché una città che ha subito anni di “chierichettismo amministrativo”, di omertà strutturale, di appalti costruiti come reti di protezioni reciproche, non ha bisogno di un volto nuovo sopra il vecchio schema.

Ha bisogno di qualcuno disposto a smontare lo schema. Pezzo per pezzo. Senza nostalgie. E senza debiti pregressi da onorare in silenzio.

Gennaro Giustino ha forse davanti una città che gli tende la mano. La domanda è se lui, e chi lo sostiene, sia disposto a stringerla davvero: liberare definitivamente Afragola dal “sistema”.

Il resto è politica di sopravvivenza. E Afragola ha già dato.

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Afragola – Omicidio di Martina: chiuse le indagini. I magistrati confermano la tesi della responsabilità della vigilanza nel cantiere PNRR.

Afragola – La Procura ha disposto la chiusura delle indagini preliminari sull’omicidio di Martina, la quattordicenne uccisa brutalmente dall’ex fidanzato all’interno di un locale riconducibile a un cantiere PNRR.

Un passaggio giudiziario decisivo che cristallizza, nero su bianco, elementi che sin dall’inizio erano stati posti al centro dell’attenzione dalla difesa della famiglia di Martina e dai consulenti tecnici di parte.

Tra le aggravanti contestate al reo confesso emerge con particolare forza quella della minorata difesa. Secondo i magistrati, il luogo in cui Martina è stata condotta non era un luogo neutro né casuale: una volta entrata in quell’ambiente, la vittima non avrebbe avuto alcuna reale possibilità di fuggire o di difendersi.

Una condizione di totale assenza di vie di scampo che, sempre secondo l’impianto accusatorio, ha reso possibile non solo il delitto, ma anche le fasi successive, consentendo all’omicida di occultare il cadavere.

Un punto, questo, che segna una linea di continuità netta con la tesi sostenuta fin dall’inizio dall’avvocato Pisani e dal consulente tecnico di parte: la centralità del luogo del delitto.

Non un semplice “sfondo” della vicenda, ma un elemento strutturale, determinante, che incide direttamente sulla qualificazione giuridica dei fatti.

Il luogo era infatti parte di un cantiere PNRR. Un cantiere che, per definizione normativa e amministrativa, avrebbe dovuto essere caratterizzato da controlli, vigilanza, delimitazioni, accessi regolati, presenza di responsabili e tracciabilità delle attività.

Eppure, proprio in quello spazio, si è consumato un omicidio efferato ai danni di una minorenne.

È qui che la vicenda giudiziaria incrocia una questione più ampia, istituzionale e politica.

Sin dalle prime fasi dell’inchiesta, il consulente tecnico della famiglia, l’architetto Paolo Sibilio, ha incontrato gravi e ripetute difficoltà nell’ottenere la documentazione necessaria a individuare con chiarezza l’area di pertinenza del cantiere, le responsabilità di gestione, i confini operativi e i soggetti deputati alla vigilanza.

Richieste formali, solleciti, diffide: un percorso accidentato, segnato da risposte evasive, parziali, talvolta meramente formali.

Alla documentazione richiesta si rispondeva dichiarando che “era stata trasmessa”, salvo poi constatare che non lo era affatto, o che risultava incompleta, insufficiente, inutilizzabile ai fini investigativi.

Un andamento farraginoso che ha costretto il consulente tecnico a diffidare più volte l’ente competente, senza che – ad oggi – risulti ancora un riscontro pieno e puntuale a quanto richiesto.

In questo contesto, la chiusura delle indagini assume un valore che va oltre il profilo penale individuale.

Perché se è vero – come ora riconosciuto dagli inquirenti – che il luogo del delitto ha determinato una condizione di minorata difesa, allora diventa inevitabile interrogarsi su come quel luogo fosse gestito, su chi ne avesse la responsabilità, su quali controlli fossero stati omessi.

La giustizia farà il suo corso nei confronti dell’autore materiale del delitto.

Ma resta aperta, e oggi più che mai legittima, una domanda di verità e responsabilità che riguarda il sistema dei cantieri PNRR, la loro gestione concreta, la vigilanza reale – non solo dichiarata e il modo in cui l’amministrazione ha risposto, o non risposto, alle richieste di chiarezza.

Per Martina, e per il rispetto dovuto a una vita spezzata, non può esserci spazio per zone d’ombra.

Né sul piano penale, né su quello amministrativo, figuriamoci su quello politico.

Afragola – Concorsopoli in corso. Questa volta vince la reginetta del ballo.

Afragola – Da tempo, al Comune di Afragola, assistiamo a una sistematica incetta di neolaureati provenienti dall’ex istituto Iervolino. Un fenomeno che non ha nulla di casuale e che non può più essere archiviato come una coincidenza statistica o come l’esito neutro di procedure pubbliche formalmente corrette. È, piuttosto, il segno evidente di una selezione orientata, reiterata, riconoscibile.

Non contano i dottorati di ricerca.

Non contano i corsi di specializzazione.

Non contano gli assegni di ricerca, gli incarichi di docenza, i percorsi accademici costruiti nel tempo con rigore e fatica.

Conta la provenienza. Conta l’appartenenza. Conta un foglio di carta da mostrare anche se comprato con i punti della Miralanza. E talvolta anche sbagliato. Conta soprattutto “l’indicazione dell’amministrazione” anche quando non c’è. Tutto avviene all’interno di un circuito che negli anni ha dimostrato di funzionare come canale privilegiato di accesso, più politico che amministrativo.

È così che la macchina comunale continua a popolarsi non di competenze, ma di profili compatibili con un sistema che non si è mai realmente interrotto. Un sistema che sopravvive ai cambi di amministrazione, che resiste persino al commissariamento prefettizio, trasformato da strumento di discontinuità a mera gestione notarile dell’eredità lasciata dal mentore attraverso i suoi tentacoli.

Ed è in questo contesto che si colloca l’ennesimo concorso rinviato per può caso.

Ancora una volta.

Ufficialmente per “indisponibilità della commissione”.

Una formula ormai chiara, che non convince più nessuno. Perché quando i rinvii diventano strutturali, quando le date slittano vuol dire solo una cosa: che si sta solo attendendo che tutto sia perfettamente allineato. Non i curricula, non i titoli, ma gli equilibri.

E anche questa volta, come già accaduto in passato, possiamo dirlo con anticipo: sappiamo chi vincerà.

Lo abbiamo detto altre volte.

E altre volte abbiamo avuto ragione. Questa volta non è la prole di un buon padre di famiglia prossimo alla pensione ma disposto ad investire tutto pur di sistemare la figlia.

La figura individuata è quella di una bravissima e promettente ballerina, non solo nota per il suo percorso artistico, ma soprattutto vicina a qualche scagnozzo a sostegno dell’ultima campagna elettorale del sistema. Pronta a salpare per grandi successi come preannunciato da lei stessa sui social, osannata dallo scagnozzo del sistema. Una prossimità che non è affettiva né casuale, ma politica, relazionale, funzionale. Una presenza orbitante attorno a quel sottobosco che da anni svolge il lavoro sporco: propaganda, pressione, consenso, isolamento del dissenso. Un sottobosco pronto sì minacciare, minacciarci per mantenere il silenzio.

Un premio, dunque. Un riconoscimento differito. La monetizzazione di un impegno elettorale speso al servizio delle persone “giuste”, di quelle più votate, di quelle che contano davvero in questo ecosistema politico . Un legame sottile con soggetti economici coinvolti nel PNRR. Il sottobosco delle imprese.

Tutto ciò avviene sotto gli occhi di tutti.

Anche sotto gli occhi del commissario prefettizio al quale è chiediamo di fare luce.

E allora qualcuno ci chiede come facciamo a essere sempre così “bravi” a prevedere gli esiti. La risposta è semplice: non indoviniamo, osserviamo. Quando un sistema è chiuso, autoreferenziale, metastatico, diventa prevedibile. Non serve intuito, non serve genio, non serve fortuna.

Noi la schedina non la giochiamo mai. Perdiamo sempre, sapendo di perdere.

Perdiamo sempre perché noi non giochiamo. Perché noi non siamo ludopatici. Perché noi non scommettiamo sulla pelle degli altri. Non scommettiamo al gioco i soliti provenienti da padri disperati in cerca di una stabilità per i propri figli soprattutto se sono incapaci di vincerla altrove in un regolare concorso. Se non qui, se non adesso, quando e dove?

Qui non c’è il caso. Qui non c’è il merito.

Qui c’è un copione scritto da anni, tramandato come retaggio, applicato con disciplina dagli affini e dagli scagnozzi, anche in assenza del regista principale.

Le competenze restano fuori.

E sì, in questo sistema, è giusto così.

Perché questo apparato non è in grado di assorbirle. Le competenze sono un corpo estraneo, una minaccia, una variabile incontrollabile. Questo è un sistema criminogeno e metastatico, che non costruisce amministrazione ma riproduce se stesso, che non genera valore pubblico ma consenso privato.

Un sistema che può fare una sola cosa: uccidere. Non i corpi, ma le coscienze.

Uccidere l’etica pubblica. Uccidere l’idea stessa che un’istituzione possa essere luogo di servizio e non di scambio ludopatico. E quando le coscienze vengono corrotte dal gioco tutto torna.

Pagare per vincere, come nelle slot, come ai tavoli di gioco.