Afragola – Piatti pieni e classi vacanti. La mensa scolastica fino al 30 giugno.

Afragola – L’hanno chiamata “estensione sperimentale del servizio di refezione scolastica”. Sperimentale.

Una parola che dovrebbe evocare innovazione, miglioramento, attenzione ai cittadini.
Ma ad Afragola, quando si parla di mensa scolastica, la parola “sperimentazione” rischia quasi di diventare inquietante.

Perché questa amministrazione, con la mensa scolastica, ha già sperimentato abbastanza.

Con questa amministrazione, alla Marconi, gli scarafaggi sono arrivati nei piatti dei bambini.
Con questa amministrazione è arrivato il pollo crudo servito nelle mense scolastiche.
Con questa amministrazione le famiglie hanno dovuto convivere con immagini e segnalazioni che nessun genitore dovrebbe mai vedere associate al momento più delicato della giornata scolastica: il pranzo dei propri figli.

E oggi, dopo tutto questo, ci parlano ancora di “sperimentazione”.

Ma stavolta la sperimentazione non riguarda soltanto la qualità del servizio.
Riguarda il meccanismo amministrativo.

Perché si decide di estendere il servizio mensa fino al 30 giugno per le scuole dell’infanzia, nonostante il mese di giugno sia storicamente il periodo in cui le scuole si svuotano progressivamente e migliaia di famiglie si organizzano diversamente tra nonni, ferie e campi estivi.  

E allora la domanda non è più educativa.
È politica.
È amministrativa.
È economica.

Cui prodest?

A chi giova realmente questa proroga “sperimentale”? Alle famiglie?
Oppure a chi continua a vivere di proroghe, affidamenti, continuità amministrative e flussi economici garantiti?

Perché ogni euro speso inutilmente non è un dettaglio tecnico.
È denaro pubblico.

Chi paga il cibo sprecato?
Chi paga i pasti non consumati?
Chi paga la differenza economica di un servizio prolungato quando la domanda reale cala drasticamente?

Sempre i cittadini.

E allora qualcuno dovrebbe assumersi la responsabilità di spiegare questa scelta alla città. Il dirigente? Il responsabile del procedimento?

Perché qui non siamo davanti ad una svista burocratica.
Qui siamo davanti ad atti firmati da persone che hanno esperienza, competenze e piena consapevolezza amministrativa.

E allora davvero vogliamo credere che nessuno si renda conto di quanto tutto questo appaia politicamente ed amministrativamente surreale?

Davvero pensano che la città abbia i prosciutti sugli occhi?

Perché quando una decisione perde ogni logica pratica ma conserva una perfetta convenienza temporale, il sospetto che esista un sistema non è più soltanto una provocazione giornalistica.

Diventa una domanda pubblica.

Roma – Librandi e Martusciello in tour, il solito copione: foto, muscoli, ma i voti dove stanno?

C’è un copione che si ripete puntualmente nella politica campana, e in questi giorni sta andando in scena ancora una volta. Gianfranco Librandi, vicesegretario regionale di Forza Italia Campania, e il suo riferimento politico, l’onorevole Fulvio Martusciello, stanno girando alcuni comuni della provincia di Napoli in piena campagna elettorale. Tour di presenza, strette di mano, foto sui social. Il messaggio implicito è sempre lo stesso: siamo qui, siamo forti, il partito può contare su di noi.

Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. E peccato che i territori visitati raccontino spesso tutt’altra accoglienza.

Ne sa qualcosa Marcianise, dove Martusciello è intervenuto la settimana scorsa a sostegno del candidato sindaco Velardi. Un intervento che ha lasciato il segno, ma non nel senso sperato. Dal palco, il deputato di Forza Italia ha definito alcuni cittadini marcianisani «sfaccendati, comandati, distaccati, gente che vive con una consulenza magari della Regione». Parole che hanno provocato una reazione immediata e indignata tra la cittadinanza. Una polemica che difficilmente avrà giovato alla campagna elettorale di Velardi, che si è ritrovato a dover gestire le scivolate del proprio ospite.

Non è un caso isolato. È un metodo.

Nelle scorse elezioni regionali Librandi e Martusciello hanno già avuto modo di misurare il proprio peso elettorale sul territorio campano. Il risultato è stato sotto le aspettative, eufemismo, e non ha lasciato tracce di cui andare particolarmente fieri. Nel frattempo Forza Italia continua a perdere terreno nei sondaggi nazionali, con un trend che non accenna a invertirsi. In questo contesto, un tour fotografico tra comuni al voto non è una dimostrazione di forza: è una dichiarazione di fragilità mascherata da iniziativa.

Il problema non è solo politico, è pratico. I comuni che Librandi e Martusciello stanno visitando in queste ore hanno alle spalle mesi di lavoro costruito da chi opera davvero sul territorio: candidati, attivisti, amministratori locali che hanno investito tempo, relazioni e credibilità. Lavoro paziente, fatto di presenza reale, non di comparsate a ridosso del voto. L’arrivo di una coppia di dirigenti regionali reduci da un flop elettorale, rischia concretamente di pesare su candidature che hanno costruito il loro consenso in modo ben diverso.

Vale la pena ricordare, per chi avesse memoria corta, che Librandi non è sempre stato quello che è oggi. Prima di diventare dirigente di Forza Italia ha dedicato anni a demolirla pubblicamente, con dichiarazioni al vetriolo contro Berlusconi e Forza Italia. Oggi ne è vicesegretario regionale, mosso dalla regia di Martusciello, che lo porta in giro come una bandiera da piantare nei territori.

Ma una bandiera piantata nel posto sbagliato, da mani sbagliate, non porta voti. Porta polemiche.

La speranza è che il lavoro costruito in questi mesi nei comuni visitati regga all’impatto. Che chi ha seminato con pazienza non si ritrovi a pagare il conto di chi arriva all’ultimo momento a farsi fotografare e a “insultare” la gente dal palco.

Ambito 19, anomalo affidamento di 33.000 euro per “comunicazione istituzionale”.

Afragola – Quando la comunicazione istituzionale si trasforma in propaganda politica e strumento di diffamazione contro i cittadini che denunciano irregolarità amministrative.

L’Azienda Consortile A.C.C.C. Ambito N19 ha affidato, mediante trattativa diretta sul MEPA, un servizio di “comunicazione istituzionale” del valore di circa 33 mila euro oltre IVA.

Un affidamento che, leggendo il capitolato, appare andare ben oltre i limiti della semplice informazione pubblica prevista dalla Legge 150/2000. Gestione social, campagne mediatiche, format televisivi, spot promozionali, produzione video, rassegne stampa, attività editoriali e comunicazione integrata: un sistema complesso che sembra avvicinarsi più ad una struttura permanente di costruzione della narrazione pubblica e del consenso che ad una ordinaria attività istituzionale.

Ed è qui che nasce una questione gravissima.

Negli ultimi mesi, infatti, alcuni cittadini che avevano denunciato situazioni anomale, irregolarità e vicende successivamente finite anche all’attenzione investigativa e amministrativa, sono stati oggetto di attività diffamatorie, campagne di disinformazione, intimidazioni mediatiche e persino minacce da parte di soggetti operanti nel settore dell’informazione e della comunicazione territoriale direttamente o indirettamente collegabili all’operatore economico.

Condotte talmente gravi da aver reso necessario il deposito di querele ed esposti presso la Procura della Repubblica e il locale Comando dei Carabinieri che sta svolgendo le indagini relative proprio elle anomalie riscontrate nell’ affidamento di incarichi da parte dell’ente, in riscontro agli esposti presentati.

Eppure, nonostante ciò, le attività diffamatorie e delegittimanti sarebbero proseguite nel tempo contro chi aveva semplicemente esercitato il diritto-dovere di denunciare fatti ritenuti illegittimi o meritevoli di approfondimento relativi a concorsi svolti e in corso di svolgimento dall’azienda consortile. Azioni che, secondo quanto documentato, si sarebbero intensificate durante la campagna elettorale con modalità tutt’altro che conformi alle norme previste per gli organi di informazione o sedicenti tali durante le campagne elettorali.

Per tali ragioni si chiederà formalmente all’Azienda Consortile di verificare ogni eventuale conflitto di interessi diretto o indiretto tra i soggetti coinvolti nell’affidamento e ambienti, gruppi o soggetti che svolgano attività informativa, mediatica o di propaganda territoriale.

Ma soprattutto si chiederà alla magistratura di verificare se soggetti direttamente o indirettamente collegati alla società affidataria, o comunque legati ad essa da rapporti professionali, economici, personali o operativi, abbiano svolto attività diffamatorie e intimidatorie nei confronti di cittadini che avevano denunciato attività illecite o presunte tali riconducibili a posizioni verticistiche dell’Azienda Consortile.

Si chiederà altresì di verificare se tali attività siano state autonome iniziative borderline di singoli soggetti oppure se vi siano stati mandanti, indirizzi, interessi o finalità precise volte a colpire, intimidire o delegittimare chiunque avesse denunciato fatti, anomalie o comportamenti ritenuti contrari alla legge, alla trasparenza amministrativa o all’interesse pubblico.

Perché la comunicazione istituzionale deve servire a informare i cittadini.
Non a costruire consenso.
Non a proteggere sistemi di potere.
Non a trasformarsi in uno strumento mediatico contro chi denuncia.

E se anche solo una parte di questi dubbi dovesse trovare conferma, ci troveremmo davanti non ad una semplice anomalia amministrativa, ma ad una gravissima distorsione del rapporto tra istituzioni, denaro pubblico, informazione e democrazia.

Afragola – Le imbarazzanti passeggiate elettorali nelle Salicelle.

Afragola – Ieri non abbiamo assistito a una semplice passeggiata elettorale.

Abbiamo assistito a qualcosa di molto più inquietante: alla rappresentazione plastica della distanza tra la narrazione della politica e la realtà dei territori.

La candidata sindaco, ex dirigente comunale oggi in aspettativa per la campagna elettorale, ha attraversato il quartiere Salicelle. E sia chiaro: noi continuiamo a voler credere che quanto accaduto sia frutto di superficialità, ingenuità o della totale incapacità dei collaboratori che la circondano di leggere il territorio che stavano attraversando. Facciamo fatica, infatti, a immaginare che vi sia stata consapevolezza.

Ma proprio questa eventuale inconsapevolezza rende tutto ancora più grave.

Perché le Salicelle non sono un quartiere qualunque.

Le Salicelle sono oggi uno dei luoghi simbolo delle contraddizioni di Afragola. Un quartiere che negli anni è finito al centro delle cronache per la trasformazione del proprio tessuto sociale e criminale. Un luogo dove, nonostante la presenza fisica dello Stato, commissariato, caserma dei Carabinieri, Polizia Municipale. Nonostante l’impegno e la dedizione delle forze dell’ordine, il fenomeno del microspaccio ha assunto dimensioni ormai strutturali. È la rete è diventata sistema.

A raccontarlo non sono fantasie giornalistiche, ma denunce pubbliche, testimonianze, allarmi sociali. Lo stesso parroco del quartiere, don Ciro Nazzaro, ha più volte descritto la diffusione delle piazze di spaccio all’interno delle Salicelle. Un sistema diffuso, ramificato, penetrante.

E allora quando si entra in un territorio così delicato, quando si attraversano quelle strade, quando si entra nei blocchi popolari, bisogna sapere dove si sta andando. Bisogna sapere chi ti accompagna. Bisogna sapere chi ti viene presentato. Bisogna sapere con chi si stringono le mani.

Perché la politica, quando mette piede in certi contesti, non può permettersi il lusso dell’ingenuità.

Ed è qui che la passeggiata di ieri si trasforma da operazione di propaganda in qualcosa di profondamente imbarazzante.

Perché dalle fotografie pubblicate sui social della stessa candidata emergono presenze che, secondo quanto ci viene riferito da più fonti del territorio, sarebbero soggetti ben conosciuti alle forze dell’ordine. Persone attenzionate negli anni dagli apparati investigativi. Circostanza che, se confermata, aprirebbe interrogativi enormi sulla qualità politica e morale dell’entourage che ha organizzato quella visita.

Ma c’è un altro dettaglio che rende tutta la vicenda ancora più surreale.

Durante la passeggiata, la candidata entra anche in quello che appare a tutti gli effetti come un comitato elettorale all’interno del quartiere Salicelle.

E qui nasce una domanda enorme.

Perché i locali presenti nei blocchi popolari delle Salicelle sono immobili riconducibili al patrimonio comunale. E l’utilizzo di uno spazio pubblico come sede politica o comitato elettorale richiederebbe autorizzazioni precise, concessioni, atti amministrativi.

E allora la domanda diventa inevitabile: quel locale era autorizzato?

Esiste una concessione?

Esiste un titolo che consenta l’utilizzo politico-elettorale di quello spazio?

Oppure ci troviamo davanti all’ennesima occupazione abusiva tollerata nel silenzio generale?

Perché se così fosse, il problema diventerebbe devastante sul piano politico e simbolico.

Una candidata sindaco che entra serenamente in un locale occupato abusivamente senza neppure rendersi conto della natura del luogo in cui è stata accompagnata.

Ed è proprio questo il punto più inquietante dell’intera vicenda.

Non soltanto l’eventuale presenza di personaggi discussi attorno alla candidata.

Ma l’incapacità di leggere il territorio che si pretende di governare.

Perché chi accompagna un candidato dentro un quartiere come le Salicelle ha il dovere politico e morale di sapere chi sono le persone che lo circondano, chi controlla certi spazi, chi apre certe porte e soprattutto perché quelle porte si aprono.

Circostanza ancora più imbarazzante considerando che, dopo poche ore, alcune fotografie pubblicate sui social sarebbero state rimosse.

E allora le domande restano tutte lì.

Ingenuità?

Superficialità?

Oppure qualcosa di molto più grave?

Noi una risposta la chiediamo.

La chiediamo al commissario prefettizio, affinché venga verificata immediatamente la regolarità di eventuali occupazioni presenti nei blocchi delle Salicelle. Al dirigente al patrimonio e al dirigente del PNRR, perché quei locali sono parte dei lavori PINQUA.

La chiediamo agli uffici comunali.

E la chiediamo soprattutto alla candidata sindaco, che nelle prossime ore dovrebbe spiegare pubblicamente chi l’ha accompagnata, chi le ha aperto quelle porte e soprattutto se davvero nessuno le aveva detto dove stava entrando. E anche, perché ha levato le foto dai social.

Napoli- Da «bugiardo e illusionista» a vice segretario: la parabola di Librandi

Napoli – C’è una regola aurea nella politica italiana: le parole volano, ma gli archivi restano.

Gianfranco Librandi, oggi vice segretario regionale di Forza Italia in Campania — reduce da una candidatura alle regionali che non ha lasciato il segno — ha evidentemente fatto i conti senza gli archivi.

La politica italiana ha una sua liturgia consolidata: si attacca ferocemente un avversario finché non torna utile, poi ci si avvicina, poi ci si allea, poi si occupa una poltrona. È un copione antico, recitato da molti. Ma perché funzioni senza lasciare troppe tracce, è necessario che le parole usate in passato siano state misurate, prudenti, politicamente ambigue. Attacchi che si possono sempre reinterpretare, sfumature che si possono sempre rivendicare come critiche costruttive.

Librandi, invece, non ha mai amato le sfumature.

Basterebbe rileggere quello che ha scritto e dichiarato negli anni per rendersi conto di quanto sia corto — e scomodo — il tragitto tra la requisitoria e la tessera di partito.

Nel gennaio 2018, dalle colonne del Secolo d’Italia, tuonava: «L’illustrissimo Silvio Berlusconi deve smetterla di dire bugie agli italiani». Nello stesso articolo veniva descritto — e non lo smentì — come «illusionista e bugiardo». Il mese successivo, sempre sul Secolo d’Italia, alzava ulteriormente il tiro: «Berlusconi è il più grande cantastorie del mondo». E avvertiva gli italiani: «Quando promette, firmi ipoteche, altrimenti sono le solite bugie».

Non era una svista. Era un metodo.

Sempre nel gennaio 2018 attaccava Berlusconi e Salvini insieme, accusandoli di «andare in televisione a proporre ricette irrealizzabili», mentre rivendicava l’onestà intellettuale del PD, «impegnato a lavorare per l’Italia». Cinque anni prima, nel luglio 2013, sulle pagine de Il Saronno, aveva già liquidato il ritorno di Forza Italia con sprezzante sintesi: «Silvio Berlusconi ha esaurito tutte le cartucce». Il partito? «Una minestra riscaldata». E — con una metafora che oggi suona come un’involontaria profezia — aveva sentenziato: «Gli interventi di plastica facciale in politica non pagano».

Già. Non pagano.

O forse sì, a guardare il curriculum recente: vice segretario regionale di quel partito che definiva minestra riscaldata, in quella Campania dove la candidatura alle regionali si è conclusa con un risultato che non ha entusiasmato nessuno — e men che meno gli elettori.

Il punto non è il cambio di casacca in sé. La politica italiana è un lungo carnevale di conversioni, e chi si scandalizza finge di scoprirlo oggi. Il punto è la violenza verbale con cui Librandi aveva colpito Berlusconi e Forza Italia — non critiche ragionate, non distinguo politici, ma insulti diretti, ripetuti, costruiti per colpire — e la disinvoltura con cui oggi ne sposa il progetto e ne occupa le stanze.

Chi definisce un uomo «il più grande cantastorie del mondo» e poi ne abbraccia il partito e l’eredità politica non ha cambiato idea. Ha cambiato convenienza.

Resta una domanda, senza risposta: cosa pensa oggi Librandi di quella «minestra riscaldata»?

Evidentemente l’ha trovata abbastanza calda da sedersi a tavola.

Roma – Librandi cerca un seggio, Martusciello cerca un tesoriere: ma il partito sta implodendo.

Roma – Gianfranco Librandi ha una filosofia di vita che non ha mai nascosto: “C’è chi compra opere d’arte, io finanzio la politica.” Un’abitudine costosa e, fin qui, poco redditizia in termini di seggi conquistati. Ma l’imprenditore saronnese, fondatore della TCI e già deputato per due legislature, non sembra il tipo che si scoraggia facilmente. Dopo aver attraversato quasi ogni partito del centrosinistra italiano — Scelta Civica, PD, Italia Viva — nel 2024 è approdato in Forza Italia, portando con sé il suo movimento L’Italia C’è e, soprattutto, il suo portafoglio.
Ad accoglierlo in Campania è stato Fulvio Martusciello, coordinatore regionale del partito azzurro e uomo di lungo corso della politica napoletana. L’intesa tra i due ha una logica cristallina: Librandi vuole un seggio parlamentare che gli sfugge da anni, Martusciello ha bisogno di risorse per tenere in piedi una macchina elettorale sempre più costosa. Un accordo che i giornali nazionali hanno già messo sotto la lente, calcolando in circa centomila euro il contributo dell’imprenditore lombardo alle casse azzurre in occasione delle regionali del novembre 2025.
Quelle regionali non sono andate come sperato. Nonostante il sostegno di Martusciello e della sua squadra, Librandi ha raccolto 8.185 preferenze — quarto nella lista di Forza Italia, con il Consiglio regionale che eleggeva solo i primi due. Davanti a lui tre candidati con quasi il doppio dei voti, radicati in un territorio che l’imprenditore del Nord conosce poco e che lo conosce ancora meno. La sconfitta si aggiunge a una collezione già nutrita: il collegio uninominale perso nel 2022 per 1.400 voti, la lista che non supera lo sbarramento alle europee del 2024. Il seggio continua a sfuggire, ma i versamenti continuano.
Tanto che la stampa nazionale ha scoperto, agli inizi del 2026, un dettaglio imbarazzante: nonostante Librandi fosse in Forza Italia da oltre un anno, continuava a versare quote mensili a Italia Viva — circa 28mila euro finiti al vecchio partito, quello che aveva appena lasciato per abbracciare quello nuovo. “Un errore”, ha spiegato. Un errore da 28mila euro, protratto per mesi. Nel mondo della politica italiana, certi errori si chiamano in altro modo.
Dentro Forza Italia campana circola ormai apertamente l’ipotesi di una candidatura di Librandi alle prossime elezioni politiche nazionali. Un collegio più favorevole, una posizione blindata in lista, una struttura alle spalle che trasformi i voti in un seggio. In cambio, la consueta disponibilità a sostenere quella struttura. Il meccanismo è lo stesso di sempre, applicato a un palcoscenico più grande.
Il problema è che quella struttura sta scricchiolando. L’8 aprile 2026 il senatore Francesco Silvestro e i deputati Annarita Patriarca e Pino Bicchielli hanno firmato una nota congiunta chiedendo la sospensione del congresso regionale di Forza Italia in Campania. Il linguaggio era quello ovattato della diplomazia interna — “fase politica complessa”, “dinamiche potenzialmente divisive”, necessità di “fare squadra” — ma il senso era tutt’altro che diplomatico: fermate Martusciello prima che il congresso lo consacri definitivamente. Alla fronda si aggiungono, secondo le voci interne al partito, anche i consiglieri regionali Petitto, Parente e Panico e il senatore De Rosa. Il congresso è stato bloccato.
Per Martusciello, che si ritrova con una rivolta parlamentare in casa, la posta in gioco è alta. Chi è sotto attacco ha ancora più interesse a stringere le fila, a disporre di risorse proprie, di alleati che non guardino dall’altra parte. Un finanziatore esterno, estraneo alle guerre intestine, fedele perché ha tutto l’interesse a esserlo, vale in questo momento più di qualsiasi quadro di partito.
In Campania, con Martusciello che difende il territorio da una fronda sempre più organizzata, quei conti potrebbero tornare. O potrebbe essere l’ennesima volta che non tornano. Ma per chi ha già pagato senza incassare, la vera domanda non è se il tavolo sia instabile. È fino a quando vale la pena restare seduti.

Afragola – Scuola Addolorata la sicurezza ad intermittenza. MariaCarmina Sepe da mandato ai suoi legali di depositare esposto querela.

Afragola – C’è qualcosa di profondamente inquietante nella vicenda della scuola Addolorata.
Qualcosa che va oltre il semplice diniego di una sala per un comizio elettorale.
Qualcosa che racconta perfettamente il modo in cui questo sistema amministrativo interpreta le regole: elastiche con alcuni, invalicabili con altri.

La storia è semplice.

La lista Mastella, candidata nel campo largo, chiede di utilizzare gli spazi dell’Addolorata per una manifestazione politica. Non stiamo parlando di un rave abusivo, di un’occupazione, di un’irruzione. Parliamo di una richiesta formale per utilizzare uno spazio che, fino a poco prima, sarebbe stato tranquillamente utilizzato anche da altri soggetti politici.

Arriva persino la comunicazione ex art. 18 TULPS in cui si precisa che il comizio si sarebbe svolto “in un’area del cortile non interessata da cantieri”, “pienamente fruibile” e “accessibile in totale sicurezza”.

Poi però accade qualcosa.

Improvvisamente compare il fantasma del cantiere PNRR.

Il dirigente del settore PNRR e il direttore dei lavori (che sono la stessa persona) trasmettono una nota in cui si vieta l’utilizzo degli spazi sostenendo che l’edificio sarebbe interessato da un cantiere “tuttora in piena attività”, interferente con le aree scolastiche e incompatibile con la sicurezza pubblica.

Ed è qui che il castello inizia a scricchiolare.

Perché se quel cantiere è davvero così pericoloso da impedire un comizio di un paio d’ore, allora qualcuno dovrebbe spiegare ai cittadini come sia possibile che centinaia di bambini frequentino quotidianamente quegli stessi ambienti.

Come funziona?

Il pericolo vale solo per gli avversari del sistema?
I cantieri diventano pericolosi soltanto quando a chiedere una sala sono liste di opposizione che contestano il sistema politico-amministrativo che ha governato la città?
Oppure il rischio non esiste affatto e il richiamo alla sicurezza è diventato soltanto uno strumento burocratico da usare selettivamente?

Domande legittime.
Talmente legittime che persino le suore dell’istituto, travolte da comunicazioni contraddittorie provenienti dallo stesso Comune, sono state costrette a chiedere chiarimenti ufficiali, parlando apertamente di “difficoltà e incertezza” create da atti incompatibili tra loro.

E qui emerge il vero volto della vicenda.

Non è soltanto una questione politica.
È una questione amministrativa.
È il riflesso di una gestione del potere dove le regole sembrano cambiare a seconda di chi si trova davanti.

E tutto questo avviene proprio attorno a lavori PNRR già finiti al centro di polemiche pesantissime.
Lavori gestiti, almeno in una fase delicatissima, da soggetti contestati per assenza dei requisiti professionali previsti dalla legge. Figure sulle quali sono state avanzate accuse gravissime, dall’esercizio abusivo della professione fino all’inadeguatezza tecnica nella gestione di interventi su immobili vincolati.

Ma il Comune sembra non imparare mai nulla.

Perché il problema non riguarda soltanto questa vicenda.
È un metodo.

È la stessa città dove troppo spesso si scopre che incarichi pubblici delicati finiscono a persone prive dei requisiti richiesti.
La stessa città dove commissioni di concorso dimenticano incompatibilità.
La stessa città dove il merito viene sostituito dalla fedeltà.
La stessa città dove il sistema si protegge utilizzando la burocrazia come uno scudo contro chi prova a metterlo in discussione.

Alla fine resta soltanto una domanda.

La scuola Addolorata è sicura oppure no?

Perché se è sicura per centinaia di bambini ogni mattina, allora dovrebbe esserlo anche per un comizio politico.
Se invece non è sicura, allora il problema non è il comizio.

Il problema è tutto il resto.

Intanto, la consigliera Maria Carmela Sepe, alla luce delle evidenti contraddizioni amministrative emerse dagli atti e delle anomalie relative alla gestione della vicenda, si è riservata di presentare un esposto presso la Procura della Repubblica e presso l’Arma dei Carabinieri affinché venga verificato l’eventuale malagestio delle attività dirigenziali connesse alla gestione del cantiere PNRR e dei provvedimenti adottati.

Afragola – Concorso di stabilizzazione PNRR. Partono le denunce.

Afragola – Dopo i sequestri dei documenti dei concorsi dell’azienda consortile ad opera dei Carabinieri e dopo la richiesta di accesso agli atti dei concorsi PNRR , che avrebbe dovuto consentire la piena verifica delle modalità di valutazione dei vincitori del concorso, l’ente non ha fornito documentazione ritenuta fondamentale per accertare l’effettiva regolarità della procedura. Ed è da qui che partono le denunce.

Ancora una volta i concorsi legati al PNRR rischiano di diventare, nel più breve tempo possibile, oggetto di verifiche da parte dell’autorità giudiziaria, dell’autorità amministrativa, dell’ANAC e della Corte dei Conti.

Una procedura apparsa dubbiosa sin dall’inizio. Dalla documentazione acquisita emergerebbe infatti che alcuni commissari valutatori non avrebbero dichiarato il proprio stato di incompatibilità oggettiva rispetto ai candidati esaminati, limitandosi a generiche dichiarazioni di parentela, circostanza che, se confermata, sarebbe in contrasto con i principi di imparzialità, trasparenza e pubblicità che disciplinano i concorsi pubblici.

Ulteriore stupore deriva dal fatto che, a fronte di una richiesta esplicita volta a sapere se fossero stati avviati procedimenti disciplinari, sanzionatori o censori nei confronti di soggetti accusati di aver modificato o sabotato il sistema informatico, l’ente non abbia ritenuto opportuno fornire alcuna documentazione.

Una procedura ormai consolidata: selezionare gli atti da consegnare, omettere documenti, limitare l’accesso alle informazioni, senza giustificarne le motivazioni o la stessa esistenza di questi documenti, impedendo così alle parti danneggiate di poter esercitare pienamente il proprio diritto di difesa.

Circostanza già verificatasi in precedenza anche nell’ambito dell’atroce delitto di Martina, quando il tecnico di parte, su incarico del difensore della famiglia, presentò formale richiesta di accesso agli atti ai sensi della Legge n. 241/1990 e dell’art. 391-quater c.p.p., norma che consente al difensore di acquisire documentazione utile nell’ambito di un procedimento penale. Anche in quel caso furono necessari numerosi solleciti agli uffici comunali per ottenere atti che avrebbero dovuto essere nella piena disponibilità dell’ente, ma che non hanno mai trovato un riscontro completo. Neanche alla domanda se questi atti esistessero o meno.

Si trattava di documenti relativi ai progetti del PNRR. Una selezione degli atti che sarebbe proseguita nonostante le richieste inoltrate all’allora sindaco di Afragola, successivamente al commissario prefettizio e agli uffici competenti, senza che vi fosse mai una risposta esaustiva.

Ricordiamo che il concorso di stabilizzazione prevedeva l’assunzione a tempo indeterminato di tutti e nove i funzionari e collaboratori coinvolti nella procedura. Dei nove, però, sarebbero stati selezionati soltanto quelli che, secondo quanto riferito nelle denunce, rispondevano alle “indicazioni dell’amministrazione”, ovvero soggetti ritenuti fidelizzati all’apparato politico-amministrativo. Saltando quelli che invece erano primi in graduatoria nella selezione per titoli (veri) ed esame (scritto) grazie al quale avevano intrapreso il rapporto lavorativo con l’ente.

Mancano anche i verbali di valutazione dove si evinceva che sono stati preferiti candidati con una valutazione sufficiente a discapito di chi invece aveva una eccellente. A riprova che fornire tale documentazione avrebbe reso palese che le scelte bizzarre della commissione.

E indovinate chi seleziona e trasmette le carte: un membro della commissione esaminatrice.

Ma chi sono quelli che sono poi stati ritenuti idonei? Tra questi verrebbero ricordati la nipote di un assessore, un assessore in carica di un altro Comune e altri soggetti riconducibili direttamente o indirettamente all’attività politica dell’amministrazione.

Ulteriore elemento di gravità riguarderebbe il fatto che, nelle stesse procedure, sarebbe stata dichiarata idonea alla stabilizzazione una persona che, contemporaneamente, risultava destinataria di una procedura di licenziamento per dichiarazioni mendaci e per assenza dei requisiti necessari all’esercizio dell’attività svolta.

La stessa persona sarebbe stata successivamente segnalata alla Procura della Repubblica per ipotesi di esercizio abusivo della professione e dichiarazioni mendaci in atto pubblico.

Eppure, nonostante ciò, la commissione l’avrebbe comunque ritenuta idonea alla stabilizzazione. Circostanza ancora più rilevante se si considera che, secondo quanto riportato nelle denunce, i componenti della commissione erano già in possesso della documentazione necessaria per verificare immediatamente la mancanza dei requisiti richiesti.

Ricordiamo inoltre che il dirigente del PNRR si dimise. Così come si dimisero il presidente della commissione consiliare Franco Fusco, l’assessore al PNRR Antonio Giacco, il direttore dei lavori del PINQuA e infine anche il sindaco, in una lunga catena di dimissioni mai realmente chiarite né motivate pubblicamente.

Secondo indiscrezioni e ammissioni informali, alcune di queste dimissioni sarebbero state determinate da forti pressioni politiche esercitate durante lo svolgimento dell’attività amministrativa e tecnica.

Da qui ripartono dunque, nel pieno della campagna elettorale, le verifiche sui concorsi del PNRR, sui concorsi interni alla macchina comunale e su quelli dell’azienda speciale.

Ricordiamo inoltre che è recente la notizia del sequestro degli atti relativi ad altre procedure concorsuali, nell’ambito di verifiche che riguarderebbero l’inserimento, in maniera poco chiara, di dirigenti, funzionari, mogli, figli e soggetti direttamente collegati agli apparati amministrativi all’interno delle strutture pubbliche.

Ora si attendono, nel più breve tempo possibile, chiarimenti ufficiali e soprattutto l’esito delle verifiche delle autorità competenti.

Afragola – Quando il sistema candida gli ingranaggi.

Afragola – Ci occupiamo di concorsopoli da tempo.
Ci occupiamo del sistema da tempo.

Abbiamo denunciato la relazione strettissima tra concorsi pubblici e un sistema che si alimenta da solo, che distribuisce, che pretende, che restituisce.

Oggi quel sistema sta giocando il tutto per tutto.
E lo fa attraverso i suoi ingranaggi.

Vengono candidati i genitori dei neoassunti del Comune.
Vengono candidati fratelli, parenti strettissimi di chi è stato assunto nelle aziende che lavorano per l’ente, in rapporti diretti e continui.
Vengono candidati i figli di psicologi dipendenti, legati a servizi e strutture riconducibili all’azienda speciale, insieme a soggetti provenienti da cooperative ad essa collegate, spesso neoaffidatarie di beni pubblici realizzati con fondi PNRR, assegnati con procedure accelerate, tra affidamenti ravvicinati, varianti intervenute in corso d’opera e, in alcuni casi, perfino successive alla realizzazione dei lavori, con opere eseguite in tempi tali da lasciare dubbi perfino sulle modalità costruttive più elementari.

Vengono candidati i revisori dei conti che hanno la funzione di controllare i bilanci.

E poi vengono gli altri.
Tanti. Viti, dadi e rondelle…

Scendono in campo dipendenti.
Scendono in campo lavoratori di cooperative, spesso in ruoli di contatto diretto con il pubblico.

E non finisce qui.

In alcuni casi si candidano gli stessi neoassunti.
Non per scelta.
Ma perché devono.

La firma del contratto corre accanto alla firma della candidatura,
rischiando senza neanche saperlo provvedimenti disciplinari per non averlo comunicato, per non aver dichiarato la propria posizione, per non aver dichiarato condizioni di ineleggibilità.

Questo la dice lunga.
La dice lunga su come, all’interno di alcuni enti del Comune, chi dovrebbe controllare si guarderà bene dal farlo.
Così come è già successo per i concorsi legati al PNRR. Il controllore garantiva il controllato funzionale al sistema.

Non è un esercizio di democrazia.

Perché molti di questi nomi non hanno mai avuto un ruolo pubblico, non hanno mai fatto attività politica o sociale.
Sono stati catapultati dentro una tornata elettorale per una sola ragione:
gli impegni presi.

E allora non basta più sostenere.
Bisogna dimostrare.

Dimostrare quanti voti si portano.
Dimostrare la propria utilità.
Dimostrare la propria fedeltà.

Perché il messaggio è semplice:
se siete qui, è grazie al sistema.
E adesso il sistema va difeso.

Così compaiono nomi nuovi.
Volti sconosciuti.
A volte cambiano anche i soprannomi.

È un sistema che si allarga, che si protegge, che chiede tutto.
Il tutto per tutto.

E noi continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto:
mettere in fila i fatti, fare nomi e cognomi, e chiamare le cose con il loro nome.

Traffico di influenze.
Corruzione.
Voto di scambio.

Perché questo è:
un sistema organizzato, associativo, finalizzato al mantenimento di equilibri, al pagamento di crediti e debiti.

E per tenere in piedi tutto questo servono competenze.
Servono capacità tecniche.

Ed è per questo che hanno messo in prima linea quelli che loro chiamano tecnici.
Ma sono solo ingranaggi.

Afragola – Per la gestione del patrimonio la prevenzione è un costo, la somma urgenza una soluzione.

Afragola – Il ramo si stacca e cade. Sfiora le auto dei docenti, si ferma a pochi minuti da ciò che avrebbe potuto essere ben altro: l’uscita degli studenti, il marciapiede pieno, il passaggio ordinario trasformato in rischio concreto. Non è successo. Ma poteva succedere. Ed è proprio in questo scarto, sottile e inquietante, che si misura il problema.

Perché non si tratta di fatalità. Non è neppure solo maltempo. L’allerta c’era, riguardava il vento, e in un territorio che il mare non ce l’ha, è il vento a diventare misura del rischio. Il punto è un altro: ciò che resta esposto, ciò che viene lasciato al caso. E il caso, si sa, non perdona.

Alla scuola Aldo Moro, intanto, i lavori vanno avanti. Interventi PNRR, cantieri aperti, promesse di riqualificazione. Ma attorno a questi lavori si addensano elementi che raccontano una storia diversa, meno rassicurante. Indicazioni verbali, riunioni informali, inviti a “non rallentare” il cronoprogramma anche quando emergono criticità. Non evidenziare problemi strutturali, non appesantire il procedimento, non creare ostacoli. Agire, si diceva, “come un buon padre di famiglia”. Una formula che, fuori contesto, suona persino nobile. Dentro quel contesto, invece, assume un significato diverso: adattarsi, coprire, tirare avanti.

E non è un dettaglio secondario il fatto che, in quelle stesse riunioni, si chiedesse di lasciare i telefoni fuori. Non per distrazione. Non per forma. Ma per evitare tracce.

Intanto, fuori, i rami cadono.

La gestione della manutenzione segue una logica che ormai appare consolidata: si interviene dopo, quasi mai prima. La prevenzione è un costo, la somma urgenza una soluzione. E così si rincorrono gli eventi, si attende che qualcosa accada per giustificare ciò che si sarebbe dovuto fare prima.

Negli ultimi due mesi, sotto la gestione commissariale ma con la piena operatività del dirigente ai lavori pubblici, si è assistito a una sequenza di affidamenti che merita attenzione. Sei interventi, tutti assegnati alla stessa impresa. Tutti formalmente sotto la soglia che consente l’affidamento diretto. Tutti, però, inseriti in un quadro complessivo che supera i 300 mila euro.

Frammentati sulla carta. Compatti nella sostanza.

È tutto regolare? Forse sì, sul piano formale, ma anche no. Ma la questione non è solo giuridica. È politica. È amministrativa. È, prima di tutto, una questione di metodo.

Perché quando la sicurezza diventa eventuale, quando la manutenzione si attiva solo dopo il rischio, quando le criticità vengono considerate un ostacolo anziché un dato da affrontare, allora il problema non è più il singolo episodio. È il sistema.

E il sistema, a differenza del ramo, non cade mai per caso.